I VERI EFFETTI DEL JOBS ACT SUI PRECARI PDF Stampa E-mail
Scritto da 20 maggio   

DOSSIER DELL'OSSERVATORIO DEI LAVORI


 I VERI EFFETTI DEL JOBS ACT SUI PRECARI

Nell’attuale dibattito sul lavoro, tutti usano la lotta al precariato e l’eliminazione delle differenze tra lavoratori stabili ed instabili per giustificare le proprie proposte sul mercato del lavoro ed in particolare sul Jobs Act.

In realtà, guardando le attuali proposte del Governo ma anche quelle di opposizione e minoranza PD il superamento della precarietà appare difficile da realizzare e, talvolta, marginale rispetto ad altre priorità che riguardano, quasi sempre, il lavoro stabile.

Facciamo degli esempi:

Per quanto riguarda gli ammortizzatori se stiamo alla lettera della legge delega l’Aspi in realtà l’universalizzazione degli ammortizzatori sociali, sarà estesa solo ad altri 46.577 collaboratori coordinati e continuativi (quelli con più di 3 mesi di contributi versati). Se dovesse prevalere la nostra teoria che i contratti a progetto verranno trasformati dalle aziende in co.co.co. allora la platea che potrebbe accedere all’Aspi, in aggiunta a quella attuale, crescerebbe fino a 317.656 (46.577 co.co.co. + 267.079 co.pro.). Rimangono esclusi circa trecentomila lavoratori parasubordinati e a partita iva iscritti alla gestione separata, i lavoratori autonomi iscritti all’ex Enpals e tutti i liberi professionisti.

Lo scenario per cui i co.pro. si aggiungono ai co.co.co. porrebbe subito due problemi: il primo sono le risorse destinate all’operazione allargamento Aspi che appaiono limitatissime (i residui del cosiddetto bonus collaboratori); il secondo è che verrebbe meno la trasformazione di massa dei contratti a progetto nel nuovo contratto a tutele crescenti (che come vedremo successivamente rimane più costoso nonostante gli incentivi). Non solo. Una probabile trasformazione dei co.pro. in co.co.co. darebbe alle imprese che vogliono abusare di queste forme di lavoro maggiore libertà di farlo perché toglierebbe quelle regole e quelle tutele introdotte per i co.pro. ed assenti nei co.co.co. (contratto scritto, tutele sociali per malattia maternità e infortuni, regole sui compensi e in caso di dimissioni o licenziamento).

Seguendo questo ragionamento possiamo passare al secondo esempio: il superamento del dualismo nel lavoro con la promozione del contratto a tutele crescenti e gli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato che assorbiranno i contratti atipici e precari.

 

La differenza retributiva tra gli iscritti alla gestione separata Inps impiegati nelle diverse forme di lavoro atipico o a partita iva evidenzia che, visti i bassi compensi degli atipici, dal punto di vista del costo del lavoro i contratti precari saranno sempre più competitivi rispetto a quelli stabili. La comparazione effettuata dimostra come non basti agire sul versante del costo del lavoro dei dipendenti per rendere effettivamente competitive le assunzioni a tempo indeterminato rispetto alle altre forme di lavoro in cui i compensi minimi non sono regolati da accordi collettivi.

Inoltre va considerato che, mentre gli sgravi contributivi per le imprese durano solo tre anni, i bassi compensi dei contratti atipici sono costanti nel tempo e sono le aziende unilateralmente a deciderne la quantità effettiva. A questo va anche aggiunto che nel lavoro subordinato, a termine o stabile, valgono tutte le tutele di protezione del lavoro di carattere contrattuale o legislativo mentre nel lavoro atipico o professionale queste tutele per i lavoratori sono praticamente inesistenti. Tutto ciò, ovviamente, fa pendere la bilancia verso una difficile trasformazione in lavoro subordinato dell’attuale lavoro atipico o a partita iva.

Un terzo esempio lo possiamo trovare analizzando la proposta sul compenso minimo fissato per Legge, ipotizzato nella Delega.

Nemmeno questa proposta, secondo le nostre analisi, risolverebbe il problema perché è difficilmente riferibile a tutti i settori indistintamente, ed è oltremodo complesso adattarlo per legge alle singole professionalità.

Il minimo per legge non potrebbe che essere, quindi, più basso della più bassa delle tariffe previste dalla contrattazione collettiva e/o in linea con quanto già praticato ora per i collaboratori.

Mentre se fissato a livelli più elevati, si avrebbe la perdita di posti di lavoro e di competitività immediata delle imprese interessate, come già ampiamente avvenuto a seguito della Legge Fornero. Un ulteriore effetto perverso della fissazione di minimi di legge potrebbe essere lo schiacciamento in basso dei compensi del lavoro più qualificato.

Non aver previsto, infine, la determinazione di un equo compenso anche per le partite iva individuali rischia di divenire un ulteriore impulso alla fuoriuscita forzata dei collaboratori verso questo rapporto di lavoro e di perpetuare l’impoverimento di questi lavoratori ad alta professionalità che, per via dell’iniquo sistema fiscale e, soprattutto, di contribuzione all’inps

Guadagnano in media soli 723 euro netti mensili, mentre con lo stesso reddito lordo ad un lavoratore dipendente rimangono netti 1.283 euro mensili.

Un ultimo dato eloquente riguarda la quantità degli interventi dedicati alle diverse aree del lavoro. Se si escludono, infatti, i provvedimenti sui centri per l’impiego e sulla semplificazione delle norme e degli adempimenti burocratici che, tendenzialmente, riguardano tutti degli altri interventi 29 sono sul lavoro subordinato, 9 toccano anche il lavoro atipico di cui solo 2 sulla maternità quello autonomo, e 4 coloro che sono in stato di disoccupazione.

Guardando nel dettaglio: ...

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