| Il fallimento della tenure track in salsa gelminiana. |
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| Scritto da Luca Schiaffino |
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Il fallimento della tenure track in salsa gelminiana. Intervento al Forum Università e Ricerca del PD
E' trascorso un anno dall’approvazione definitiva della riforma dell’università che porta il nome dell’ex-ministro Gelmini, arrivata al termine di un iter di oltre un anno segnato da forti proteste nelle università e nelle piazze e da una dura opposizione parlamentare culminata con l’ostruzionismo del PD durante l’ultimo passaggio in Senato. Il primo anniversario solitamente fornisce l’occasione per fare un bilancio preliminare dell’impatto di ogni importante riforma. E’ quindi particolarmente significativo che nel caso della riforma Gelmini non è ancora possibile fare una qualsivoglia analisi, sia pure preliminare, degli impatti delle nuove disposizioni sul mondo universitario.
Una volta portata a casa la definitiva approvazione della legge senza alcun confronto con il mondo universitario e con una solerzia dettata più da motivazioni di propaganda che da una autentica volontà riformatrice, il precedente ministro si è scordato dell’università e ha lasciato trascorrere mesi senza adottare alcuno dei provvedimenti necessari per garantire il funzionamento delle nuove norme. Nonostante la riforma fosse in ballo da circa 14 mesi e gran parte dei provvedimenti attuativi fossero delineati già nella prima versione del DdL, sono stati necessari oltre 2 mesi per firmare il primo decreto (sull’importo minimo degli assegni di ricerca) e 6 mesi per vederlo pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Un ritardo del tutto incomprensibile se si considera che, in questo come in altri casi, non si trattava di una delega “pesante”, ma di un atto poco più che burocratico, necessario nel caso specifico per evitare di mandare in blocco i bandi per nuovi assegni di ricerca. Alla prova dei fatti si è dimostrato più che fondato il sospetto che una riforma elefantiaca e inapplicabile in molti suoi punti nascondesse in realtà il proposito di gettare le università nella paralisi, costringendole a chiudere interi corsi di laurea, spesso tutt’altro che inutili, a contrarre sensibilmente l’offerta didattica e a paralizzare il reclutamento. Mentre si affermava, pubblicamente e nei talk show, di ispirarsi ad un modello basato sul binomio autonomia/valutazione, si rovesciava sul sistema universitario un profluvio normativo e burocratico che non ha eguali nel mondo e che di fatto annulla l’autonomia universitaria pretendendo di regolamentare a livello centrale i minimi dettagli della gestione di un ateneo, imponendo un unico modello organizzativo e funzionale che si pretende valido per atenei di ogni dimensione, con ogni vocazione e in ogni contesto territoriale. Un profluvio di norme che non si esaurisce nella legge approvata, ma deve essere integrato da almeno 44 decreti attuativi, dalla totale riscrittura di tutti gli statuti e da svariate centinaia di regolamenti ministeriali e di ateneo. Così, gli atenei sono impelagati da un anno nella riscrittura degli statuti e in molti casi non hanno ancora finito, visto che il precedente ministro ne ha bocciati tantissimi, che circa due terzi dei decreti ministeriali devono ancora essere pubblicati in Gazzetta e che la stesura dei regolamenti di ateneo è ancora nella fase preliminare. Fra paralisi normativa e decurtazioni economiche l’università italiana è stata gettata in una situazione da terzo mondo, mancando in molti casi le risorse economiche necessarie anche solo per l’ordinaria manutenzione degli stabili e dei laboratori di ricerca con conseguenze preoccupanti non solo per la produzione scientifica, ma anche per la stessa incolumità di coloro che in questi locali transitano, studiano o lavorano. In questo contesto è facile immaginare come le prospettive delle decine di migliaia di precari che da anni lavorano nei nostri atenei siano a dir poco inquietanti e sia in atto una rapidissima espulsione verso un mercato del lavoro ristagnante e in un contesto nel quale manca qualsiasi rete di sostegno. La carenza di fondi rende spesso impossibile bandire nuovi assegni di ricerca, anche dopo le settimane di paralisi causate dai già citati ritardi ministeriali, mentre le prospettive di ingresso in ruolo sono oramai pressoché inesistenti. La riforma ha introdotto due diverse tipologie di contratto a tempo determinato, quelli di tipo a), triennali rinnovabili per ulteriori due anni, e quelli di tipo b), triennali, ma decisamente più desiderabili dei primi, dal momento che ai loro titolari viene offerta la possibilità di entrare stabilmente in ruolo come professori associati dopo tutta una serie di valutazioni positive, tanto che nel lungo dibattito sulla riforma vennero pomposamente presentati come l’introduzione in Italia del meccanismo di tenure track. Attualmente per accedere ai contratti di tipo b) serve un curriculum di almeno tre anni di esperienza, in futuro sarà necessario aver completato almeno il primo trienno di un contratto a). A distanza di un anno, due numeri riassumono la truffa della riforma Gelmini: finora sono stati banditi 177 contratti di tipo a) e appena 2 di tipo b). Per capire cosa davvero significano questi numeri, si deve pensare che, assumendo carriere di circa 40 anni fra contratti a tempo determinato e periodo di ruolo, per mantenere l’attuale consistenza del corpo docente servirebbero circa 1500 ingressi l’anno, ovvero 1500 contratti di tipo b) da alimentare con un numero almeno uguale di contratti di tipo a). |



