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AUDIZIONE ASSOCIAZIONE 20 MAGGIO SUL DDL GELMINI PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Imola   


In Commissione Cultura alla Camera dei Deputati si sono tenute le audizioni delle parti sociali e associative sull'Università rispetto al DDL Gelmini. 

Di seguito riportiamo le dichiarazioni fatte dall'Associazione 20 maggio, rappresentata da Aldo Amoretti (Presidente Ass.) e Luca Schiaffino (Responsabile Università - 20 maggio)  ai deputati della maggioranza e dell'opposizione.



AUDIZIONE SUL DISEGNO DI LEGGE C. 3687

Il disegno di legge C. 3687, la cosiddetta “riforma Gelmini”, rappresenta senz’altro il più organico progetto di riforma dell’università degli ultimi 30 anni. Nonostante l’occasione storica, spiace constatare come gli estensori del DdL non siano stati mossi dall’intenzione di dotare l’Italia di un sistema universitario moderno, dinamico ed efficiente, ma più banalmente dal desiderio di costruire un’università a costo ridotto, funzionale ad un modello di sviluppo basato sul basso costo del lavoro, sulla riduzione della sicurezza e sulla cancellazione delle tutele sociali, piuttosto che sul progresso, l’innovazione e l’utilizzo dei risultati della ricerca. Non è un caso che nessuno dei 124 commi della norma si occupi neanche alla lontana di una delle due funzioni centrali dell’università, la ricerca, e solo grazie alle insistenze dell’opposizione si è riusciti ad inserire la parola “ricerca” nel primo comma del primo articolo, come mera dichiarazione d’intenti cui però non si da alcun seguito nel successivo profluvio normativo. La prospettiva perseguita è la trasformazione del sistema accademico in un diplomificio sempre più costoso, ad uso prevalente dei ceti più abbienti e concentrato nelle regioni settentrionali del Paese, riservando all’Italia del sud e agli studenti provenienti dalle famiglie meno facoltose un’istruzione universitaria di serie B.

Mossi dal solo scopo di risparmiare, privando l’Italia di uno dei motori di sviluppo di un paese moderno, gli estensori del DdL hanno inserito qualche norma per conquistare il facile consenso dei rettori, sedotti dalla prospettiva di un esponenziale aumento dei propri poteri anche a costo di sacrificare l’efficienza del sistema e le condizioni di lavoro di tutte le altre componenti. In particolare, in perfetta sintonia con le politiche portate avanti in questi due anni di legislatura, si intende favorire l’utilizzo di un lavoro precario sempre meno tutelato istituzionalizzando la figura del “ricercatore usa e getta”.

Una buona riforma dovrebbe affrontare il nodo del precariato senza diritti, una delle vergogne dell’università di oggi, e dovrebbe farlo in sintonia con i principi ed i valori di un paese moderno, affrontando con serietà le tre principali criticità del sistema: il sistematico ricorso a forma contrattuali fantasiose e prive dei diritti più basilari (se ne possono contare quasi 30), l’assenza di percorsi certi ed omogenei che sbocchino nei ruoli universitari o eventualmente nel mondo del lavoro esterno, la gestione dell’esistente e in particolar modo dell’emergenza prodotta dal fatto che i primi due aspetti non sono stati finora adeguatamente affrontati.

L’utilizzo come veri e propri rapporti di lavoro di forme contrattuali concepite come sostegno a brevi periodi di studio e ricerca o previste per ambiti lavorativi molto diversi dall’università ha condotto ad una sistematica negazione dei più basilari diritti del lavoro, inaccettabile in un sistema che dovrebbe essere uno dei motori del progresso civile e culturale del Paese. Nei dipartimenti delle università italiane si accendono quotidianamente co.co.co. da meno di 600 euro al mese. Una vergogna che non ha eguali in alcun altro paese sviluppato e non solo lede la dignità del lavoro, ma favorisce la fuga dei cervelli ed impedisce l’internazionalizzazione del nostro sistema, dal momento che è difficile pensare di attrarre giovani di talento dal nord Europa o dagli USA offrendo questi contratti miserabili che nelle nostre grandi città coprono appena il costo di un posto letto in un appartamento. Su questo tema il ddl Gelmini semplicemente non interviene, limitandosi a ridefinire gli assegni di ricerca senza cambiarne in alcun modo la sostanza. E’ invece essenziale che questa commissione colga l’occasione per affrontare l’intero nodo, introducendo un contratto unico pre-ruolo, secondo quanto auspicato dagli stessi precari in una delle 5 richieste avanzate dal documento introduttivo della loro assemblea nazionale indetta per il prossimo 8 ottobre. Contratto unico che deve finalmente riconoscere ai lavoratori precari gli stessi diritti e le stesse tutele del lavoro dipendente e dovrebbe introdurre misure di welfare e di sostegno al reddito rivolte ai precari, necessarie nell’università come nell’intero mondo del lavoro italiano.

In questo contesto, poi, confermare la soppressione del ruolo del ricercatore a tempo indeterminato, già prevista dalla riforma Moratti, non potrà che accrescere i problemi. La precarizzazione della figura del ricercatore attraverso i nuovi contratti a tempo determinato non ha nulla a che vedere con la tenure track dei paesi anglosassoni, casomai dovrebbe essere chiamata tenure trash. Nei fatti, il cervellotico meccanismo del 3, forse +2, + eventualmente un altro 3, produrrà semplicemente nuovo e più incerto precariato, eleverà ulteriormente l’età media di ingresso in ruolo e delinea un percorso il cui esito dipenderà prevalentemente da fattori di contabilità interna agli atenei che poco avranno a che vedere con il merito ed i risultati raggiunti dal nuovo ricercatore a TD, mancando qualsiasi garanzia di assunzione anche qualora le valutazioni siano tutte positive. L’idea di mettere in competizione ricercatori strutturati e precari per l’accesso allo stesso ruolo di professore associato poi è semplicemente insensata, non potendo esistere alcun criterio logico per confrontare un ricercatore a TD con un ricercatore strutturato di 15-20 anni più anziano, e si tradurrà in una conflittualità permanente, in un ulteriore aumento del potere accademico di chi si troverà a gestire tali conflitti e in una pressione verso soluzioni ope legis cui sarà arduo resistere. Se proprio si vuole abolire la figura del ricercatore a tempo indeterminato, si lavori sulla richiesta di introduzione di un ruolo unico articolato in tre livelli e sulla definizione di meccanismi di transizione che evitino competizioni insensate.

Per quanto riguarda la gestione dell’esistente, è necessario abbandonare i propositi di ridimensionamento, del tutto illogici in un Paese che occupa il terzultimo posto nella classifica OCSE del numero di ricercatori sul totale della popolazione attiva, seguito solo da Messico e Turchia. Si avvii invece un piano di rilancio dell’università e della ricerca scientifica, che comprenda anche il riavvio immediato delle procedure di reclutamento, lo stanziamento di nuove somme aggiuntive destinate al reclutamento di personale nelle università per riallineare l’Italia agli standard delle nazioni sviluppate e un intervento sull’età di pensionamento dei professori ordinari.

L’età media dei docenti italiani è infatti la più elevata fra quelle dei sistemi universitari europei. Questo stato di cose è conseguenza diretta del privilegio feudale che consente ai professori ordinari italiani di andare in pensione cinque anni più tardi dei loro colleghi stranieri, nonché di tutti gli altri dipendenti delle pubbliche amministrazioni italiane. In questo modo, gran parte del modesto investimento italiano nel sistema universitario è utilizzato per pagare gli stipendi dei professori ordinari più anziani, penalizzando l’ingresso di nuovi ricercatori e docenti ed impedendo un ricambio generazionale assolutamente necessario in un’epoca nella quale le conoscenze e le tematiche di ricerca, soprattutto in ambito scientifico, sono in continua evoluzione. L’esplosione del precariato ed il massiccio ricorso a forme contrattuali sempre più indecenti sono conseguenza anche di questo stato di cose, cui si deve urgentemente porre rimedio abbassando a 65 anni (e 40 di contributi) l’età di pensionamento dei professori universitari, in linea con i nostri partner europei, ed utilizzando al 100% le risorse rese disponibili per bandire nuovi concorsi in tutti i ruoli dell’università, favorendo in particolare l’ingresso di giovani ed il riassorbimento del precariato.

Infine, vogliamo porre la questione dell’articolo 9, comma 28, dell’ultima manovra economica, che a partire dal 2011 impone a tutte le PA, incluse le università, di destinare per i contratti a TD una somma pari al 50% della spesa sostenuta nel 2009. Fatti i conti, questo significa che d’ora in avanti l’intero sistema universitario italiano non potrà tenere contemporaneamente in servizio più di 200-250 ricercatori a TD, ovvero 3 o 4 per ciascuna università. E’ evidente che tutto ciò è in pieno contrasto con una riforma incentrata proprio sulla figura del ricercatore a TD. Sarebbe opportuno che il Parlamento escluda i contratti a TD del DdL dagli ambiti di applicazione del taglio del 50% e, se non si vorranno fare passi in avanti sul ruolo unico su tre livelli, almeno pensi ad interventi che consentano di bandire un congruo numero di concorsi da ricercatore a TD nei prossimi mesi.

Luca Schiaffino

Aldo Amoretti

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