| COESIONE E ... MIRAFIORI |
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| Scritto da Davide Imola |
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COESIONE E ... La situazione creatasi in Fiat è la conclusione di oltre un decennio in cui le organizzazioni sindacali dei metalmeccanici e quelle di Confindustria hanno sottovalutato che le relazioni industriali sono un bene prezioso per la coesione sociale del Paese e lo sviluppo aziendale. In questo decennio si è, invece, alimentata la competizione fra sindacati e si sono imposte scelte unilaterali al sindacato più debole perché diviso. Quello che sta succedendo è frutto delle scelte di una classe dirigente sociale miope e incapace di rinnovarsi. È necessario che la lettura di ciò che oggi accade in Fiat metta a fuoco le reali responsabilità altrimenti, guardando solo agli ultimi episodi, rischiamo di cadere nel tifo ideologico che ha contraddistinto la vita politica degli ultimi anni e ha impedito analisi attente e scelte di prospettiva. Rischiamo di cadere nel tifo ideologico, per esempio, accreditando come innovazione e sviluppo pratiche ottocentesche in cui ricatto occupazionale è fortissimo, così come le discriminazioni e le liste di prescrizione. È ciò che accade oggi agli iscritti alla Fiom. E non è nemmeno pensabile di riproporre ciò che avveniva nella prima metà del novecento quando la contrattazione collettiva era presente solo in poche grandi aziende e la contrattazione aziendale era più importante di quella nazionale. Allora erano presenti le gabbie salariali. Oggi sarebbe: un salario per Pomigliano, uno per Mirafiori, uno per Melfi, uno inferiore per le donne … Cosa c’è d’innovativo in questo?
I contratti nazionali di lavoro sono i pochi strumenti regolatori della concorrenza e della coesione nazionale ancora presenti in Italia. I CCNL sono anche l’unico strumento oggi ancora attivo per costringere le imprese a puntare sull’innovazione, sulla ricerca e la qualità dei prodotti, e non solo al sempre più facile e deresponsabilizzato sfruttamento dei lavoratori. Quali relazioni sociali e quale sviluppo avrebbe un Paese dove tutte le fabbriche di scarpe, di rubinetti, di motorini, di penne, di piadine, di tutto ciò che compriamo ogni giorno, potessero fregarsene del contratto nazionale semplicemente non aderendo ad una associazione di categoria e potessero, quindi, decidere che stipendi, che orari, che tutele sociali dare ai propri 5/10 dipendenti. Lo stesso tifo ideologico, però, lo troviamo sul versante opposto che ha imboccato da tempo la strada di rottura ad oltranza, con ragioni e giustificazioni date anche dalla intransigenza delle controparti ma senza, però, proporre progetti alternativi allo scontro di classe. Si è perso di vista ciò che stava accadendo, come cambiavano le strategie organizzative, le politiche professionali e di ricerca, le dinamiche del mercato del lavoro. Si sono lasciate fuori dalla contrattazione e, quindi, dalla regolazione prima le esternalizzazioni di interi reparti e interi stabilimenti e, poi, senza regole e tutele tutte le forme di lavoro atipico e a termine. Quello che sta succedendo in un Paese dove non esiste l’erga omnes per i CCNL non è frutto delle impuntature di un manager, ma è il frutto di un impoverimento della qualità della classe dirigente di questo paese. Alla Merckel o a Sarcozy, o ai sindacati tedeschi il signor Marchionne non avrebbe detto o si fa come dico io o me ne vado. Noi abbiamo un Governo che nella crisi peggiore non ha una politica industriale. Il centro-destra ha voluto imporre al Paese uno scontro sociale permanente su tutto, da oltre 10 anni, guadagnando un maggior consenso nell’alimentare paure e clientele. Ma gli esempi positivi e le novità praticabili ci sono. verrà dato senza un’ora di sciopero. Non sono solo all’estero i buoni esempi. In Italia nonostante tutti i tentativi del governo di far saltare la negoziazione sociale, si sono firmati unitariamente oltre 80 CCNL con la piena soddisfazione di tutte le parti. Nel rinnovo del contratto nazionale degli studi professionali, che riguarda 1 milione di dipendenti e 800 mila tra praticanti e atipici, le parti stanno estendendo l’applicazione del contratto a tutti gli addetti e non solo ai dipendenti, stanno allargando le protezioni sociali, quelle sanitarie, quelle pensionistiche e la formazione, stanno costruendo un protocollo aggiuntivo per affermare regole condivise, garantire un minimo ai praticanti e compensi certi non inferiori ai dipendenti ai collaboratori e ai professionisti con partita Iva. Questi esempi dimostrano che la strada della coesione sociale e della concertazione è tutto altro che un vecchio arnese. Infatti, se si può guardare al nostro passato recente con un po’ di orgoglio è solo grazie a quei pochi casi in cui la coesione sociale e la concertazione ha vinto. Come ad esempio per l’accordo del ‘93 dove era ogni parte sociale dava qualcosa per portare il paese fuori dalla crisi e in Europa. Ci siamo riusciti e ci siamo garantiti 8 anni di progresso e di pace sociale. Con il Berlusconismo abbiamo ereditato solo la cultura dello scontro e l’ingovernabilità di sistemi economici troppo delicati e complessi per sopportare una guerra sociale e politica continua, ma soprattutto l’immobilismo sociale ed economico. Oggi sono indispensabili nuove regole condivise di misurazione del consenso sindacale applicando l’Art. 39 della costituzione. Non dobbiamo dimenticare, però che va misurato anche il consenso delle parti datoriali la cui mancata regolazione ha portato ad avere 1086 CCNL, uno per ogni organizzazione datoriale costituita che non si accorda con le altre dello stesso settore. Occorre ragionare anche sulla valenza Erga omnes dei CCNL per scongiurare che la gara al ribasso dei diritti e delle retribuzioni applicate oggi ai precari valga per tutti, con la reintroduzione di fatto di gabbie salariali e discriminazioni di sesso o sociali. I Salari dei CCNL, inoltre, devono essere il riferimento per tutti, anche per i lavoratori atipici e autonomi.
Si possono rendere più snelli i contratti nazionali e anche prevedere deroghe mirate alla contrattazione centrale ma solo usando gli strumenti che funzionano in Germania, Svezia, Danimarca dove le deroghe sono selezionate, temporanee, stabilite dai sindacati nazionali e non da quelli aziendali sotto ricatto e, inoltre, si possano fare solo dove vi sia una reale copartecipazione dei lavoratori all’impresa.
Occorrono nuove regole sul lavoro che premino la produttività e che sgravino le aziende quando investono in ricerca, innovazione e in lavoro stabile. Se anche la banca d’Italia dice oramai da molto tempo che senza superare la precarietà non ci sarà un aumento della produttività, e non ci sarà una ripresa dei consumi, è perché i livelli di precarietà raggiunti sono una zavorra non più sopportabile dall’economia del nostro paese. Tutto ciò non può avvenire senza un ricambio della classe dirigente di questo Paese. Dobbiamo tutti puntare alla coesione sociale e all’utilizzo delle risorse e delle potenzialità di ogni singola impresa, di ogni singolo sindacato, di ogni singolo cittadino. |


