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Il pulmino e ... lo scontro tra generazioni PDF Stampa E-mail
Scritto da Cristian Perniciano   

“Figlio mio, cosa credi, che le 200 lire per giocare ai videogiochi crescano sugli alberi?”.
Così mi diceva mio padre quando gli chiedevo i soldi per andare ad alienarmi con videogiochi tipo Street Fighter o Double Dragon.
Ma partiamo dal pulmino.
Immaginiamo di dover noleggiare un pulmino da dieci posti.

Il suo costo è di 90 euro. Il nostro gruppo è formato da nove persone. Pagheremo 10 euro a testa ed ognuno avrà usufruito del servizio di trasporto al giusto costo. Immaginiamo invece che un decimo viaggiatore si aggreghi al gruppo e di nascosto entri nel pulmino che abbiamo già pagato. Ecco, questo viaggiatore usufruirà di un servizio che non ha pagato. Usufruirà dello stesso servizio di cui hanno usufruito i paganti. Pur viaggiando gratis. Pur essendo, appunto, un free rider.
Se si fosse diviso il prezzo totale per i dieci passeggeri, ognuno avrebbe pagato 9 anziché 10 euro. Quindi il free rider sta rubando un euro ad ogni passeggero pagante.
Ma il free rider non è sempre e solo un furbacchione che si insinua nel pulmino. Perché noi nove potremmo decidere che il nostro amico disoccupato e senza reddito, magari, possiamo permetterci di non farlo pagare. Oppure che il vicino di casa invalido e anziano, che deve andare nello stesso luogo in cui dobbiamo andare noi, può aggregarsi senza pagare nulla.
In questo caso non parliamo di free riding, ma di stato sociale, di solidarietà.
Tecnicamente anche l'invalido o il disoccupato sono free rider, ma siccome i paganti lo sanno e sono d'accordo, il loro comportamento non è quello di chi ruba, ma di chi usufruisce della solidarietà dei più fortunati.


Immaginiamo però che i free rider del pulmino cominciassero ad essere più d'uno, e magari neanche sempre anziani poveri ed invalidi ma solo furbacchioni che si fanno passare per anziani, poveri e invalidi; allora i passeggeri paganti potrebbero cominciare a pensare che non vale la pena di prendere un pulmino da dieci posti.
Se poi, anche a causa di tutti questi imbucati finiscono i posti sul pulmino, e si deve perdere tempo per affittarne un altro, subito preso d'assalto da folle di non paganti al suo arrivo, allora qualcuno potrebbe cominciare a pensare che sia meglio prendere un taxi, che certo costa di più, ma che se te lo puoi permettere sei sicuro di non perdere tempo, e il cui tassista non fa certo salire persone che non pagano, neanche disoccupati, poveri o invalidi.

 

Finiamola qui col pulmino e cominciamo a parlare del nostro futuro. Anzi, del nostro presente. Ho 31 anni e pago contributi da sette.
Il sistema previdenziale italiano nasce categoriale, corporativo e quindi frammentato in una miriade di enti, fondi, gestioni e quant'altro. Ognuno di questi enti, fondi, gestioni e quant'altro sono nati e per anni hanno vissuto contando sulle proprie forze. Per tale motivo, finché i loro bilanci erano in attivo, hanno potuto pensare a metodi di calcolo delle pensioni assai vantaggiosi per i propri iscritti. E questi vantaggi sono stati introdotti, con l'avallo di una classe dirigente miope, anche fino a poco prima della scoperta del “baratro”, nel 1992.
Basti pensare, ad esempio, alla legge 58 del 1992 con cui sono stati regalati miliardi ai dipendenti delle aziende telefoniche (il plurale è un eufemismo) per permettere che potessero ricongiungere le loro contribuzioni pregresse gratuitamente anziché pagando come la generalità dei lavoratori; o alla legge 233/90 che ha assimilato il calcolo delle pensioni dei lavoratori autonomi a quello dei dipendenti pur in presenza di contribuzioni inferiori.
Insomma sul pulmino sono saliti senza pagare alcuni dipendenti ricchi e bottegai che hanno sempre pagato poco (al netto dell'evasione, bene inteso). Chissà se gli altri occupanti del pulmino erano d'accordo.
Nel 1992 e nel 1995 si sono poste le basi per un risparmio previdenziale di lungo periodo.
Tuttavia, con una grossa eccezione (i meccanismi di rivalutazione delle pensioni, sia in essere che future), tutti i provvedimenti hanno riguardato sempre e solo i periodi successivi a tali riforme.
In pratica ci è stato detto, a noi che avremmo iniziato a lavorare di lì a poco: abbiamo fatto dei danni, e questi danni vanno pagati. Siccome le colpe dei padri ricadono sui figli (Esodo 34,6), voi li pagherete in gran parte.
Sì, in grande, in grandissima parte gli sprechi ed i favori fatti fino all'inizio degli anni 90 in materia previdenziale li sta pagando e li pagherà la mia generazione.

Parliamo del fatto che i dipendenti trentenni stanno pagando la stessa contribuzione dei dipendenti sessantenni, ma prenderanno una pensione assai inferiore.

Una pensione che non sarà certo calcolata in base alla retribuzione dell'ultimo giorno di lavoro, o dell'ultimo semestre, o dell'ultimo anno, o degli ultimi 5 anni come accade ai nostri padri. La nostra pensione sarà calcolata in base alle contribuzioni di tutta la vita, anche di quando, per entrare in una azienda, per cominciare a lavorare, abbiamo accettato di guadagnare 400 euro al mese a collaborazione.

Probabilmente anche la generazione precedente iniziava a lavorare a nero, o sottopagata. Ma nella determinazione della pensione questi periodi sono ignorati, per loro. Non lo saranno per noi.

Il meccanismo della nostra pensione, del resto, renderà i nostri trattamenti teoricamente autosostenibili.

Tanto pagheremo, tanto percepiremo. Le nostre pensioni saranno calcolate con un meccanismo, diciamolo, giusto e corretto dal punto di vista assicurativo. Non dovremo ringraziare nessuno per quello che prenderemo. Ci saremo pagati da soli il nostro biglietto per il pulmino.

Il problema è che mentre noi paghiamo il nostro biglietto, con i nostri soldi stanno facendo salire sul pulmino invalidi, pensionati poveri, certo, ma anche una pletora di categorie privilegiate che non ha davvero senso far viaggiare gratis o con lo sconto. Poi dice che a qualcuno viene in mente di prendere il taxi...

Non ho certo io soluzioni a portata di mano, o meglio, ce ne sono varie, tutte da valutare, ma ora mi interessa di più focalizzare un principio: i diritti costano, specie in previdenza.

Anche se forse è brutto da dire, che ci piace pensare che i diritti non siano un'operazione a somma zero. Che se aumenta il diritto per qualcuno, questo non deve significare un arretramento per qualcun altro, ma anzi, una società più solidale e giusta per tutti.

Ebbene, io credo che questo sia vero per alcuni diritti (diritti civili, diritti di cittadinanza, diritto alla conoscenza) ma che sia falso per altri.

Ed in particolare mi pare davvero ipocrita pensare questa cosa in merito ai diritti previdenziali, specie dopo che le riforme previdenziali hanno posto i nostri diritti un gradino più in basso rispetto a chi ha iniziato a lavorare prima di noi.

E so che anche solo dire questa cosa mi farà passare nel gruppo di quanti “aizzano lo scontro generazionale”.

E' davvero interessante. Prima aumenti solo a me il prezzo del biglietto del pulmino, poi se dico che sarebbe giusto pagare tutti la stessa cifra mi accusi di fomentare lo scontro tra generazioni.

E mentre mi si accusa di volere questo scontro, si usano i miei soldi per pagare pensioni alte quanto io non potrò avere mai.

Non credo che ci sia bisogno di uno scontro tra generazioni, tutt'altro, bisogna invece ricostruire un concetto di solidarietà intergenerazionale, ma credo anche che per affrontare seriamente questo discorso ci sia bisogno di una consapevolezza.

Della consapevolezza che, papà, gli euro che l'Inpdap ti accredita sul conto in banca non crescono mica sugli alberi.