| PROFESSIONISTI: A QUALI CONDIZIONI |
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| Scritto da 20 maggio |
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“Professionisti: a quali condizioni?”
E' stata presentata la ricerca condotta dall’IRES sui professionisti e promossa dalla Consulta delle Professioni assieme alla Filcams CGIL. L'indagine ha esplorato le condizioni di lavoro, professionali e le esigenze di protezione sociale dei professionisti autonomi, dipendenti e praticanti. La ricerca è stata presentata dai Ricercatori IRES Daniele Di Nunzio e Salvo Leonardi, da Franco Martini Segretario Generale Filcams e Danilo Barbi Segretario Confederale CGIL. Di seguito alleghiamo un resoconto della presentazione e la sintesi della ricerca.La sintesi o il report completo potete scaricarli cliccando sul link a fondo pagina.
Gli ultimi decenni, assieme ai grandi cambiamenti registrati sul versante del lavoro dipendente della flessibilità/precarietà, hanno prodotto effetti rilevanti anche sull’assetto del lavoro autonomo e in particolare sul lavoro professionale a livello Europeo. In Italia, l’attenzione si è concentrata unicamente sulle problematiche e le derive negative prodotte sul versante del lavoro subordinato, ma non si è analizzato a sufficienza il mondo del lavoro autonomo e professionale, ne si è intervenuto, contrariamente alla legislazione introdotta nel resto d’Europa, sul versante degli equilibri economici e sociali che, man mano, si spezzavano sul versante del lavoro autonomo e professionale. I risultati della ricerca IRES mettono in luce che questo disequilibrio non è tanto prodotto dalla costrizione ad usare forme improprie di lavoro (8,5%), che pure è un fenomeno presente e preoccupante su cui agire tempestivamente. La scarsa autonomia riguarda il 19,6% del campione, la gestione definita e controllata di un orario di lavoro il 24,4%, un contratto stipulato sulla base della durata e non sui risultati della prestazione il 20,2%. Tutti fenomeni presenti e che vanno ricondotti alle corrette forme e modalità d’utilizzo. I processi di cambiamento degli ultimi decenni hanno indebolito i rapporti di forza che consentivano al singolo professionista o lavoratore autonomo di poter agire sul mercato con sufficiente capacità contrattuale. Dall’indagine emerge chiaramente, infatti, come il lavoro autonomo non sia più lo stesso perché la capacità di contrattare del singolo professionista nei confronti dei propri committenti non è più in equilibrio e, infatti, il 58,4% di loro dichiara una possibilità pessima o insufficiente di riuscire a contrattare le condizioni di lavoro e, in Italia, non si è intervenuti dal punto di vista legislativo o contrattuale per riequilibrare la parte contraente che si stava indebolendo. IDENTIKIT DEI PROFESSIONISTI Dalla ricerca emerge anche chiaramente che questa situazione, esplosa almeno negli ultimi due decenni, ha generato diversi indicatori che rimarcano l’esistenza di tre nuclei specifici tra i professionisti autonomi: I professionisti “precari”. Questa componente che si attesta attorno al 20%, meno rilevante delle altre ma a forte rischio di precarietà, evidenzia in modo strutturale le caratteristiche di abuso non solo per via dell’imposizione all’apertura della partita Iva, ma anche perché ricorrono spesso modalità di svolgimento della prestazione tipica del lavoro subordinato, ulteriormente confermate se messe in relazione alla percezione di se. Il 13,7% si sente, infatti, un lavoratore dipendente non regolarizzato con punte più elevate, soprattutto nell’area gestionale-amministrativa (21,9%), in quella socio-sanitaria (21,8%), nell’informazione ed editoria (21,7%), tra i ricercatori (29,2%) e l’incidenza massima è raggiunta tra i docenti ed educatori (32,4%). I professionisti a bassa tutela, sono circa due terzi del totale definibile, e autodefinito, come i “liberi professionisti con scarse tutele” (68,5%). E’ il gruppo più numeroso e, quindi, fortemente trasversale a tutte le aree professionali e alle classi di età, con l’incidenza più elevata nelle aree della cultura e spettacolo, degli interpreti e dei traduttori e nell’area giuridica. Pur rilevando una reale autonomia nello svolgimento della prestazione, affrontano la propria attività professionale accettando le condizioni di mercato in cui operano ma con pochi strumenti di governo, protezione sociale e, soprattutto, con poche capacità di contrattazione con i propri committenti (58,4%). Questi sono i professionisti che soffrono di più l’erosione della sicurezza sociale e della mancanza di strumenti legislativi, professionali o contrattuali aggiornati ed in grado di riequilibrare la perdita del potere contrattuale nei rapporti instaurati con i propri committenti. I professionisti “affermati”. Il terzo insieme emerso dall’indagine è identificabile nei lavoratori autonomi e “liberi professionisti Affermati” (17,8%) che pur potendo vantare modalità di svolgimento della professione e di soddisfazione economica migliori del resto dei professionisti, soffre la necessità di accedere più facilmente a diritti di cittadinanza e, in particolare, ad un maggior riconoscimento professionale, alla necessità di definire gli standard di riferimento dell’esercizio della professione o di avere un sistema di certificazione delle competenze. I titoli di studio degli intervistati sono molto elevati e il 79,6% ha almeno la laurea e il 17,1% anche una specializzazione, master o dottorato. L’età media è di 42 anni e i rispondenti si distribuiscono su tutto il territorio nazionale, con una maggiore concentrazione nei grandi centri, con una prevalenza nelle regioni del Nord (53,9%) e poi del Centro (30,2%) rispetto al Sud (15,9%). Le professioni dell’area giuridica, economica, gestionale-amministrativa, tecnica, della cultura e spettacolo e della ricerca sono a prevalenza maschile per almeno due terzi, mentre il contrario avviene nelle professioni dell’informazione ed editoria, tra gli interpreti e traduttori, tra i docenti e educatori, a prevalenza femminile. Se consideriamo gli strumenti più utili per trovare lavoro, si riscontra che le competenze sono un elemento molto importante ma, comunque, i network sociali professionali (i clienti e i datori) sono giudicati il fattore prioritario, a testimonianza dell’importanza che la reputazione e le reti hanno per questi lavoratori. Il lavoro è altamente intermittente per la maggior parte dei professionisti, che facilmente alternano periodi di lavoro a quelli di disoccupazione, che hanno caratterizzato il 61,4% dei rispondenti, considerando gli ultimi cinque anni. In particolare, per alcune professioni la discontinuità occupazionale è più rilevante, con una elevata incidenza tra i lavoratori della cultura e spettacolo (88,3%), gli interpreti e i traduttori (70,6%), i docenti e gli educatori (76,7%). Nella media, nel 2009 il reddito netto annuale è stato inferiore a 10.000 euro per il 23% dei professionisti, tra 10.000 e 15.000 per il 21,6%, tra 15.000 e 20.000 per il 17%, tra 20.000 e 30.000 il 18,5% e più di 30.000 il 17,2%. In generale, i redditi più bassi si registrano nelle professioni della cultura e spettacolo (il 64,5% ha meno di 15.000 euro netti annuali), nell’informazione ed editoria (59,6%), tra gli interpreti e traduttori (50,1%), i docenti ed educatori (67,8%), i ricercatori (52,6%), tra gli operai e gli artigiani (50%).La condizione di lavoratore autonomo è una scelta per il 44,9% del campione mentre è la modalità consolidata nel mercato per il 46,6%, solo per l’8,5% è stato esplicitamente richiesto dal datore di lavoro. L’attesa del pagamento è una difficoltà ampiamente riscontrata, difatti ben il 60,1% aspetta spesso più di 60 giorni dopo l’emissione della fattura per ricevere il pagamento mentre, la discontinuità occupazionale, crea dei notevoli problemi anche per l’accesso al credito, per cui il 71,2% dichiara di avere delle difficoltà in questo. La conciliazione tra vita lavorativa e vita famigliare risulta ardua per la quasi totalità dei professionisti (81,6%) ed è da iscrivere nelle più ampie difficoltà che hanno i professionisti di potere accedere ai servizi pubblici (nell’81,7% dei casi) a dimostrazione delle generali carenze del supporto sociale nei confronti di questi lavoratori. NECESSITA’ E ASPETTATIVE Avere compensi equi ma, soprattutto tutele sociali in caso di malattia, infortunio, maternità, disoccupazione, assieme all’accesso al credito, alla regolazione dei tempi di pagamento, alla formazione sono le principali preoccupazioni dei professionisti autonomi e dei praticanti. Esse sono, ovviamente, anche le principali richieste di tutela che, però, vengono rivolte ad un ventaglio ampio di soggetti alla contrattazione collettiva (8%), all’azione congiunta di sindacato e associazioni (15%), alle associazioni (13,5%), al legislatore (22%), agli ordini (29%). In modo apparentemente contraddittorio emerge, contemporaneamente, un quadro fortemente critico rispetto al sistema “ordinistico”. Il 78,7% degli iscritti, infatti, ritengono che gli ordini non regolino la concorrenza, che non favoriscono l’accesso dei giovani 85,7% e che non certifichino le competenze professionali 73,8%). Questo, assieme al contenuto delle richieste, ci rimanda una forte domanda d’aiuto e di rappresentanza che però, fino ad ora, è rimasta inespressa o ha preso forme non considerate ancora efficaci ed in grado di dare risposte concrete. Anzi, la maggior parte delle aspettative di tutela riguardano compiti che sono, nel nostro paese, prerogativa dell’azione negoziale del sindacato ma non è ad esso che si rivolgerebbero in via prioritaria i professionisti, senza però individuare una valida alternativa. La necessità di tutela e di riconoscimento dei professionisti si presenta come una drammatica urgenza, poiché ben il 63,7% sarebbe disponibile ad andare all’estero e il 40,6% dei rispondenti sarebbe addirittura disposto a cambiare professione pur di migliorare le proprie condizioni di lavoro, con dei picchi massimi che, emblematicamente, caratterizzano i gruppi ad elevata qualifica, come nell’area giuridica (il 58,2% di loro dichiara che cambierebbe professione), nell’area economica (60,2%), nell’area gestionale-amministrativa (54,1%). Parallelamente tra i professionisti dipendenti la maggior parte è poco soddisfatta delle prospettive di carriera (l’84,1%) del trattamento economico (80,3%), delle opportunità di conciliare la vita lavorativa con quella famigliare (62,8%), del riconoscimento delle competenze (74,7%) e delle opportunità per accrescerle (60%). La maggior parte (24,1%) ritiene che il proprio lavoro non sia riconosciuto adeguatamente sul piano professionale. Tra i dipendenti la propensione a cambiare professione pur di migliorare le condizioni di lavoro interessa più della metà del campione (68,7%), il 59% ad andare all’estero e il 58,5% sarebbe disposto a passare da dipendente a lavoratore autonomo pur di migliorare le proprie condizioni. Questo è un chiaro segnale di difficoltà nelle condizioni di vita e di lavoro così come dello svilimento che stanno subendo nel nostro Paese molti lavoratori che svolgono professioni autonome e, in generale, quelle altamente qualificate. In questo caso, parlando di lavoro dipendente altamente qualificato, le difficoltà emerse segnalano la necessità di maggior attenzione del sindacato a questi lavoratori e l’esigenza di recuperare i ritardi della contrattazione collettiva. In questo contesto ne gli strumenti legislativi ne il confronto contrattuale di questi ultimi decenni, hanno dato risposte efficaci agli interessi e alle necessità dei lavoratori discontinui, al lavoro professionale e intellettuale autonomo così come parziali ed insufficienti sono state le risposte al lavoro dipendente professionalizzato presente nelle grandi imprese o nelle filiere produttive e nei servizi. Tutto questo ha inevitabilmente condizionato le organizzazioni sindacali sul piano della rappresentanza. E’, infatti, difficilmente immaginabile un recupero di rappresentanza tra le forme di lavoro atipico o professionale se non precedute o, accompagnate, da un forte impegno contrattuale e di tutela nonché di coinvolgimento diretto e democratico dei lavoratori impegnati con queste forme di lavoro, così come nel caso del lavoro intellettuale, professionale e di alta responsabilità. Ci sono dei cambiamenti visibili come alcune buone pratiche di rilievo come nel caso dell’Emittenza Privata, nello Spettacolo o nella contrattazione attualmente in corso negli Studi Professionali o nei Grafici Editoriali in cui l’incontro tra l’espressione organizzata dei professionisti si è incontrata con il sindacato e sta tentando concretamente di dare risposte efficaci e durature alla richiesta di tutela sociale e di riconoscimento professionale. Al tempo stesso la maggiore attenzione dell’opinione pubblica sui professionisti prodotta dagli effetti della crisi e dall’azione più incisiva delle associazioni e del sindacato ha anche determinato il profilarsi di percorsi reali: come l’estensione del campo d’intervento dei contratti nazionali di lavoro, l’impegno per allargare le protezioni sociali sia nel lavoro e sia nei diritti di cittadinanza. Obbiettivi concreti da raggiungere sono: la riforma delle professioni e un maggior riconoscimento professionale per chi opera fuori dagli ordini, il dialogo strutturale tra il sindacato e le forme di rappresentanza dei professionisti, la promozione di uno statuto del lavoro autonomo che dia impulso al lavoro dei giovani e tuteli l’autonomia dei professionisti con scarse tutele. La ricerca “Professionisti: a quali condizioni?” non ci da solo la possibilità di una lettura più approfondita di questa parte sempre più importante del lavoro e di rivedere canoni e stereotipi oramai superati, ma ci consente anche di ascoltare quell’appello accorato che viene da milioni di lavoratori che chiedono per se, ma anche per la competitività di questo paese, un’attenzione e, soprattutto, azioni di riconoscimento professionale, tutela e rappresentanza nuovi, efficaci, rispettosi delle specificità e adatti al delicato momento che stiamo vivendo. |



