| L'INDIVIDUALIZZAZIONE DEL LAVORO E IL RUOLO DELLE PARTI SOCIALI |
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| Scritto da Prof. Roberto Pedersini |
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L’individualizzazione del lavoro e il ruolo delle parti sociali Prof. Roberto Pedersini (intervento al convegno La CGIL e il lavoro professionale) 3 marzo 2009 Sono molto contento di essere qui oggi perché la riflessione che avviene all’interno della Cgil, tutto sommato, riflette quella che anch’io conduco nella mia attività professionale. Insegno, sono professore di sociologia economica all’università di Milano e mi occupo soprattutto di questioni che riguardano il lavoro, in particolare le relazioni industriali, ma anche le trasformazioni più complessive che riguardano la regolazione del lavoro in relazione anche alle trasformazioni dell’economia, per esempio le privatizzazioni e liberalizzazioni.
Questioni che, tra l’altro, sono state anche citate in precedenza con specifico riferimento alle categorie professionali. Mi fa molto piacere vedere che questa riflessione segue linee, come dicevo, sostanzialmente simili a quelle che seguo anch’io, e per certi aspetti anche in maniera più avanzata: si guarda ad aree del lavoro professionale che ovviamente, dalla mia prospettiva, non analizzo ovvero quelle del lavoro professionale in senso proprio, delle professioni regolamentate. Occupandomi di relazioni industriali, la mia attenzione va soprattutto al lavoro dipendente e alle trasformazioni del lavoro che si intersecano con il lavoro dipendente, magari dando origine a forme di lavoro che formalmente sono autonome ma in realtà hanno, anche per le trasformazioni nell’organizzazione, forti somiglianze con il lavoro dipendente. Quindi, dirò semplicemente alcune battute riprendendo sostanzialmente due filoni di ricerca che sto seguendo in questi ultimi tempi, di cui uno più specifico sul lavoro autonomo. Il rapporto in inglese oggi messo a disposizione è stato appena pubblicato dalla Fondazione europea di Dublino e riguarda in generale il lavoro autonomo, ovviamente in relazione alle condizioni di lavoro. Qui emergono alcune cose importanti riguardo le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici autonome, ad esempio, gli orari di lavoro sono più elevati; la propensione, inoltre, a subire conseguenze sulla salute collegate al lavoro è più alta rispetto al lavoro dipendente. Paradossalmente, però, le giornate di assenza per malattia sono più basse. Il perché è abbastanza palese: il lavoratore o la lavoratrice autonoma se non lavorano non guadagnano, e quindi probabilmente c’è anche un problema connesso al sistema di tutela e di protezione che incentiva, in qualche misura, una maggiore disattenzione rispetto alla cura della propria salute, anche quando forse sarebbe meglio non lavorare. Anche per quanto riguarda i salari, emergono elementi interessanti. Si assiste, di fatto, ad una polarizzazione: alcune parti del lavoro autonomo hanno redditi elevati, ma molti altri lavoratori e molte altre lavoratrici autonome hanno invece redditi bassi. Sostanzialmente questi sono indicatori che ci dicono come il tentativo, anche dal punto di vista del sindacato, di rappresentare il lavoro autonomo pone una serie di sfide e di complessità. È questa, infatti, un’area molto più differenziata, per esempio, rispetto a quella del lavoro industriale tradizionale dove tutto sommato i livelli di qualifica erano sostanzialmente omogenei, le persone – e questa non è una banalità – lavoravano nello stesso luogo, e quindi la costruzione anche delle identità, delle solidarietà era più semplice. Nel lavoro autonomo, invece, ci sono degli elementi strutturali che rendono anche la rappresentanza più complessa. L’altra questione, invece, sulla quale dirò solo un paio di battute, è la trasformazione del lavoro e, in particolare, del lavoro dipendente. Da un lato i processi economici e organizzativi (esternalizzazioni, frammentazione del processo produttivo, attenzione a professionalità più elevate soprattutto in certe aree del mondo rispetto ad altre), dall’altro anche le trasformazioni culturali (una maggiore scolarità, una trasformazione delle aspettative di partecipazione e di gratificazione del lavoro di uomini e donne, di carriere, di anche maggiori libertà e autonomia rispetto al proprio lavoro e alla propria carriera) sono tutte cose che complicano il quadro soprattutto della rappresentanza, ma anche della regolazione. Il problema è proprio rappresentare e regolare il lavoro in un sistema che cambia da un punto di vista economico, da un punto di vista istituzionale e da un punto di vista (in termini più ampi) sociale. Questo è un tema importante sul quale i sindacati si stanno confrontando in giro per il mondo. Un argomento centrale nel dibattito sulle relazioni industriali è quello che si chiama rivitalizzazione del sindacato e dell’azione sindacale, che ovviamente ha orizzonti molto diversi. In certi casi, ad esempio, si confronta con organizzazioni della società civile come il movimento ambientalista, ci sono azioni congiunte dei sindacati dei portuali sulla costa occidentale americana con gli ambientalisti; oppure, in altri casi, con organizzazioni di cittadini, per esempio gli utenti, i consumatori. Quindi, ci sono questi orizzonti di trasformazione e di sperimentazione dell’azione sindacale. In altri luoghi, e forse questo è il caso dei paesi europei, l’orizzonte sembra invece quello del coinvolgimento nelle politiche sociali, nella gestione del mercato del lavoro, nella gestione delle politiche provvidenziali secondo una linea che per esempio è consolidata nel modello nordico. Evidentemente, queste trasformazioni sono anche la crisi, per certi aspetti conclamata, della capacità dell’attore sindacato di rappresentare. L’Italia è un paese dove ancora questa crisi non è evidente, ma in altri paesi la diminuzione dei tassi di sindacalizzazione negli ultimi anni è stata significativa. La Germania, ad esempio, si trova in una situazione, per quell’indicatore, più debole rispetto ad altri luoghi. Quindi, sicuramente vale la pena riflettere proprio per vedere quali possono essere le diverse azioni di strategia sindacale. Ovviamente una di queste probabilmente va nella direzione del lavoro autonomo e delle professioni. Certo è che il lavoro autonomo comprende tantissime cose. Se guardiamo semplicemente gli indicatori del mercato del lavoro, nel lavoro indipendente ci sono gli imprenditori con dipendenti, quindi, la controparte del sindacato. Ci sono, poi, lavoratori e lavoratrici che esercitano le professioni liberali, quelle dette professioni regolamentate, che hanno un orizzonte anche regolativo molto particolare che, da un certo punto di vista, tutela i consumatori attraverso i codici deontologici e alcuni requisiti per accedere alla professione (test di accesso, quindi, selezione) però dall’altro ha degli effetti anche sull’offerta e, quindi, sulla chiusura di un’area professionale, e dunque di una minore capacità, per esempio, di sostenere sviluppo economico ma soprattutto occupazionale. In questo caso, la pressione di molti giovani qualificati che non riescono a entrare nelle professioni, rappresenta sicuramente un riferimento importante. Un’altra area consistente in certi paesi, sicuramente in Italia, è quella degli artigiani, dei commercianti, degli agricoltori, che possono svolgere l’attività autonomamente magari con i familiari, in certi casi, o con pochi dipendenti. Forse, per quanto riguarda la rappresentanza sindacale, più importanti, sono i lavoratori indipendenti con elevata professionalità, elevate qualificazioni che svolgono in maniera autonoma la loro attività e che, in certi casi, vengono chiamati nuovi professionisti o anche indipendenti di seconda, terza generazione. Però, fra questi lavoratori indipendenti, probabilmente ce ne sono altri con qualifiche più basse che non sono definibili propriamente come professionisti. Probabilmente anche da qui, anche da quest’area provengono delle richieste di protezione e di tutela, probabilmente diverse rispetto a quelle invece di professionisti con elevate qualificazioni. Quindi, dal punto di vista del mercato del lavoro, vuol dire che i lavoratori indipendenti, in certe condizioni, sono in grado di difendersi da soli. Invece per quelli che non hanno elevate professionalità, non sono un asset specifico ma sono, tutto sommato, intercambiabili con altri, diventa più facile che la parte più forte possa imporre unilateralmente le condizioni di lavoro. In Europa, poi, il lavoro autonomo aumenta o diminuisce? In generale diminuisce, non aumenta. Probabilmente perché, all’interno di queste diverse componenti diminuiscono quelle tradizionali: quelle dell’artigiano, del piccolo commercio e quelle dell’agricoltura, anche ormai è marginale. Aumentano invece altre aree: quelle delle nuove professioni, quelle anche dei lavori indipendenti non qualificati. Se si guardano le tendenze europee, in generale il lavoro autonomo diminuisce, in certi paesi però aumenta e questo può essere un dato interessante perché aumenta in paesi non periferici: Germania, Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi. I lavoratori autonomi aumentano anche in Romania, probabilmente per altri motivi. Il lavoro indipendente è anche un modo per trovare lavoro se lavoro non c’è, e questo vale sia nei paesi meno sviluppati e sia in quelli più sviluppati. Sembrerebbe, poi, esserci una tendenza alla femminilizzazione del lavoro autonomo. Dove diminuisce il lavoro autonomo, diminuisce meno per le donne, in certi casi aumenta per le donne e diminuisce per gli altri. In Germania aumenta molto più per le donne che per gli uomini. Questo può essere anche un effetto di livello, nel senso che il lavoro autonomo femminile è generalmente più basso rispetto a quello maschile, quindi, se aumenta anche di poco quello femminile, in termini percentuali aumenta di più. Però, se si guardano i punti percentuali sull’occupazione, si vede che c’è anche una tendenza all’aumento della quota femminile occupata da lavoro autonomo. Un dato significativo perché spesso – non dobbiamo dimenticarlo – il lavoro femminile si caratterizza per forme evidenti di segmentazione o di discriminazione sul mercato del lavoro, per cui occupa tipicamente posizioni peggiori rispetto a quelle di altri, in particolare degli uomini. Questo è sicuramente importante. Per tener conto dei cambiamenti nel mercato del lavoro, però, ci sono state delle trasformazioni nella regolazione. Per esempio in altri paesi come in Italia (non moltissimi in realtà) sono stati definiti dei tipi contrattuali che non corrispondono al lavoro dipendente ma corrispondono formalmente al lavoro autonomo però si collocano un po’ a metà tra l’uno e l’altro (questo è per esempio il caso dell’Austria ma anche della Germania). Ciò ha fatto emergere, come in Italia, problemi per quanto riguarda, ad esempio, la copertura previdenziale. In effetti, se guardiano le esperienze di altri paesi, se c’è stato il tentativo di estendere la protezione previdenziale, o comunque assicurativa, ai lavoratori autonomi. In alcuni casi il tentativo di estensione si è concentrato proprio su queste figure, in modo tale da fornire livelli di protezione minimi, ma che rappresentassero qualche cosa. Forse un po’ di più di come è stato fatto in Italia, però l’idea è questa. Un altro punto è: com’è la rappresentanza collettiva del lavoro autonomo negli altri paesi europei? Ovviamente ci sono aree tradizionali di presenza sindacale nel lavoro autonomo. Sono aree, per esempio, che si riferiscono ai lavoratori dello spettacolo, ai lavoratori dei media, per esempio, giornalisti e giornaliste. Queste esperienze sono interessanti perché la presenza sindacale è consolidata quasi ovunque. I tassi di sindacalizzazione sono molto alti: 80-90 per cento. Magari sono gruppi professionali molto piccoli (traduttori, scrittori di sceneggiatura, ecc.) però sono molto sindacalizzati ed esercitano come strumento di tutela, la contrattazione di minimi, di contratti standard con qualche difficoltà crescente per quanto riguarda invece la relazione con la legislazione sulla concorrenza per motivi di antitrust. Del resto, essendo formalmente lavoratori autonomi, quindi imprenditori, il fatto che possano in maniera collettiva stabilire regolazioni che arrivano alla definizione del prezzo, ovviamente, può essere complicato. In Irlanda, per esempio, ci sono state associazioni imprenditoriali che hanno denunciato accordi preesistenti proprio perché temevamo, o comunque dicevano di temere, un intervento dell’autorità garante della concorrenza con sanzioni e cose di questo genere. Anche se è complicato, tutto sommato questa è un’area tradizionale dove la presenza sindacale è consolidata e si è incrementa negli ultimi anni proprio coprendo figure professionali che prima non c’erano, per esempio all’interno delle redazioni di giornali che da vent’anni a questa parte hanno subito una trasformazione molto significativa grazie all’applicazione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Ce ne sono altre invece che non sono aree tradizionali, come quelle delle nuove professioni, dove ci sono tentativi (per esempio in Danimarca, in Germania e anche in Austria) di creare associazioni o sindacati specifici che operano, però, con modalità molto diverse. Sono sindacati che essenzialmente danno servizi, in molti casi questi servizi ruotano attorno a piattaforme pubblicate in internet, perché ciò consente di connettere lavoratori e lavoratrici lontani tra loro. Sono sicuramente esempi interessanti, che hanno anche una certa storia ormai, una decina d’anni quelle più antiche, e qualche successo. Bisogna però dire che i numeri sono molto limitati perché è un’area dove la capacità di raggiungere i lavoratori e le lavoratrici è effettivamente scarsa. Il problema è proprio vedere in che modo si possano tutelare e rappresentare i questi lavoratori. La trasformazione del lavoro dipendente per certi aspetti è andata verso linee simili a quelle della professionalizzazione: la maggiore autonomia, la maggiore indipendenza, anche richiesta da parte di lavoratori e lavoratrici in termini di conciliazione con esigenze e obiettivi diversi rispetto a quelli professionali, soprattutto per certe aree del mercato del lavoro che non necessariamente sono le donne, magari sono i giovani, sono gli anziani che appunto possono decidere, o desiderare, di lasciare il lavoro in maniera progressiva e non invece immediata. Qui ovviamente il tema è quello della individualizzazione e della professionalizzazione. Per certi aspetti con il lavoro dipendente è ancora più complicato perché il datore di lavoro su queste leve, quelle della l’individualizzazione della professionalizzazione edell’incentivazione, se è interessato può far molto. Quindi il problema è un po’ quello di riuscire a leggere le trasformazioni del lavoro confermando una rappresentanza e una capacità di regolazione in un contesto che è cambiato sia per quanto riguarda i bisogni e le aspettative di lavoratori e lavoratrici, sia per quanto riguarda l’atteggiamento del datore di lavoro che poteva essere più favorevole magari a una regolazione standardizzata, collettiva nel caso del sistema industriale; lo è forse meno in un sistema che è più frammentato, dove contano di più anche le aree di competizione che possono essere ottenute valorizzando le componenti della forza lavoro e, contemporaneamente, sfruttando la possibilità di riduzione del costo del lavoro. Insomma, questa è sicuramente una sfida importante. Il problema è appunto quello delle relazioni industriali. Se c’è una caratteristica fondamentale forse di questo sistema è quella di rappresentare attraverso la regolazione. Cioè, si legittima e alimenta la propria rappresentanza, nella misura in cui si riesce a regolamentare e a essere incisivi sulle condizioni di lavoro. Questo è forse l’elemento di sfida che si presenta. Ciò vuol dire che il sindacato, come succede negli indipendenti professionisti o tra lavoratori che hanno qualifiche alte, deve sviluppare (uso propriamente ‘deve’, nel senso come strategia, come prospettiva normativa o comunque di indicazione di una direzione) i servizi? Lo dico come provocazione. Io sono un po’ scettico su questo perché il nodo cruciale è vedere dove si concentrano le esigenze e le domande di protezione. In certi casi evidentemente le domande di protezione si collocano nel mercato del lavoro, nel sistema previdenziale piuttosto che in una relazione con un datore di lavoro o un committente che può essere appunto variabile, mutevole, transitoria. Tuttavia però, questa è un’opinione personale, la caratteristica specifica del sindacato è quella di fornire una rappresentanza che tuteli nel rapporto di lavoro. Quindi ovviamente non ho risposte. E le risposte, del resto, si trovano provandole, probabilmente sperimentando al margine, come è stato fatto e come si sta facendo in Italia e in giro per il mondo. La questione cruciale per i lavoratori e le lavoratrici è: avere un’identità o riconoscere un’identità che sia collettiva, che è quella del sindacato. È mantenere un’identità sindacale che viene da una tradizione oppure cambiare completamente prospettiva diventando un attore diverso di tutela generale e di tutela del mercato del lavoro attraverso i sistemi previdenziali, i sistemi assicurativi. Non so quale sia la prospettiva. Certo è che alcuni sindacati, tipicamente quelli nordici (ma hanno cominciato prima e dunque sono meglio attrezzati adesso), sono riusciti a combinare in maniera probabilmente virtuosa una forte presenza nel mercato del lavoro, nel sistema previdenziale ma anche nei rapporti di lavoro e nei luoghi di lavoro. Certo in quel sistema il sostegno istituzionale è stato importante, è stato forte. Probabilmente, quindi, le prospettive del sindacato vengono giocate autonomamente dalla propria capacità organizzativa e di regolazione ma, forse, in un rapporto importante di una regolazione istituzionale. Per cui anche l’area politica e istituzionale è un’area nella quale l’azione sindacale si può, e probabilmente si deve, esercitare in maniera significativa. |


