SOCIETA' TRA PROFESSIONISTI: MISURE NEGATIVE DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI PDF Stampa E-mail
Scritto da 20 maggio   
Domenica 22 Giugno 2014 10:22
PROFESSIONISTI SENZA SOCIETÀ:
PER SEMPLIFICARE SI COMPLICA

La norma sul regime fiscale delle società tra professionisti (STP) licenziata dal Consiglio dei Ministri del 20 giugno, rende di fatto impossibile l’utilizzo di tale strumento, almeno sotto forma di società di capitali, per centinaia di migliaia di liberi professionisti.

Assimilare fiscalmente srl, spa, cooperative tra professionisti alle associazioni senza personalità giuridica, oltre a rappresentare un provvedimento giuridico alquanto discutibile, implicherebbe l’assunzione di oneri tali da rendere non economicamente conveniente né concretamente attuabile l’impiego di tali forme di svolgimento delle attività professionali.

Soltanto il fatto di dover applicare allo stesso soggetto regole fiscali (principio di cassa) difformi e antitetiche a quelle contabili (principio di competenza), disciplinate peraltro da direttive europee, rende idea della proliferazione di adempimenti che la scelta di tale modello implicherebbe. Senza contare che in questo modo sarebbe di fatto preclusa ai liberi professionisti la possibilità di incassare prima della chiusura dell’esercizio sociale. Infine, nonostante gli intendimenti della legge del 2011, rimarrebbe irrimediabilmente compromessa la possibilità di accedere al mercato dei capitali.

Tutto ciò sembra ispirato da una visione medioevale delle libere professioni che relegherebbe ancora una volta l’Italia in una posizione antitetica a quella delle legislazioni dei più avanzati Paesi europei.

Ancora una volta si penalizza soprattutto la fascia giovane delle libere professioni, ostacolando di fatto la possibilità di aggregazione e di crescita professionale.

Si penalizzano inoltre le donne, impedendo che vengano replicati i modelli virtuosi di welfare interno sperimentati con successo dalle società di ingegneria. ...

Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Giugno 2014 21:39
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EQUO COMPENSO: GIORNALISTI IN RIVOLTA PDF Stampa E-mail
Scritto da marianna Lepore per Articolo 36   
Domenica 22 Giugno 2014 18:52

Equo compenso, giornalisti in rivolta:

«Venti euro a pezzo è una truffa»


Dal sito Articolo 36 - Di Marianna Lepore - 21 giugno 2014

Un accordo arrivato l’altroieri quasi all’improvviso tra Federazione nazionale della stampa italiana e Federazione italiana editori giornali: finalmente, dopo un anno e mezzo, sono stati stabiliti i minimi dell’equo compenso giornalistico, la legge promulgata a dicembre 2012 che dovrebbe, almeno nelle intenzioni, proteggere i tantissimi giornalisti non assunti, ad oggi oltre il 60% degli iscritti all’Ordine, dallo sfruttamento.

Il compito di stabilire questi minimi spettava alla Commissione governativa presieduta dal sottosegretario Luca Liotti (prima di lui c’era stato, ai tempi del governo Letta, Giovanni Legnini), il presidente Fnsi Giovanni Rossi, il direttore generale Fieg Fabrizio Carotti, il presidente Inpgi Andrea Camporese e il presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino. L’unico, per la cronaca, ad aver votato contro e ad aver immediatamente reso pubblico e criticato, sulla sua pagina Facebook, il documento con tutti i dettagli dell’accordo. 
Il risultato raggiunto dopo tanta attesa va infatti in senso contrario rispetto alle aspettative: la tabella dei compensi finisce per rendere i giornalisti autonomi potenzialmente ancora più poveri.

«È un decreto truffa, contro il dettato della legge e contro quanto prescrive l’articolo 36 della Costituzione» tuona ad Articolo 36 Maurizio Bekar, coordinatore della commissione lavoro autonomo Fnsi. «L’aspetto pratico della delibera è una sotto retribuzione, non solo rispetto alle aspettative, ma rispetto alla possibilità di campare con questo lavoro. Poi certo quelli sono i minimi, ma voglio vedere se un editore applicherà di più».
I numeri di cui parla Bekar sono effettivamente pessimi: secondo l’accordo sottoscritto, il trattamento economico minimo per un collaboratore coordinato e continuativo che lavora per un quotidiano producendo 144 articoli l’anno (di minimo 1.800 battute, dunque non “brevi”) dovrà avere un trattamento annuo di almeno 3mila euro, pari a 250 euro al mese. Calcolando una media di 12 pezzi al mese, significa 20 euro ad articolo. Peggio della peggiore delle aspettative.
E man mano che la produzione di articoli sale c’è la contraddizione di veder diminuito il corrispettivo. «Siamo all’assurdo che più lavori meno vieni pagato. ...

Ultimo aggiornamento Domenica 22 Giugno 2014 22:03
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PIU’ DEBOLI TRA I DEBOLI PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Imola   
Venerdì 20 Giugno 2014 17:17

PIU’ DEBOLI TRA I DEBOLI

BASSI REDDITI?

UN’INGIUSTIZIA NON SOLO DA DIPENDENTI

a cura di Davide Imola, pubblicato su Rassegna Sindacale

La Legge Delega sul lavoro, anche detta Jobs Act, ha riaperto la discussione sull’introduzione del salario minimo per legge anche in Italia, anche perché, contrariamente agli annunci del Premier Renzi e di numerosi esponenti della Segreteria PD durante le primarie, nella legge Delega si parla di salario minimo solo per i dipendenti e non per i lavoratori atipici, precari e partite iva come si voleva far credere inizialmente. Il salario del lavoro subordinato in Italia è ampiamente coperto dalla contrattazione collettiva e il sistema integrato CCNL/Art.36 della Costituzione/giustizia del lavoro hanno consentito di conseguire risultati anche superiori a molti altri paesi in cui è istituito il salario minimo oppure sono in essere altri strumenti legislativi o sociali.

Il problema principale in Italia, infatti, riguarda non il lavoro subordinato ma, in parte, il lavoro parasubordinato e soprattutto il lavoro autonomo individuale le cui prestazioni vengono utilizzate, anche quando le modalità autonome sono reali, per abbassare il costo del lavoro a piacimento dei committenti e per scaricare tutti gli oneri relativi ai rischi d’impresa e alle tutele sociali previste per le altre modalità di lavoro.

In conseguenza di ciò la vera particolarità del nostro paese è che ad essere esasperati verso il basso non sono stati solo i salari del lavoro manuale ed esecutivo (per i quali si istituisce il salario minimo in tutti gli altri paesi che ne hanno avuto necessità) ma sono soprattutto i compensi del lavoro intellettuale e ad alta scolarità che spesso vengono trattati con condizioni inferiori al lavoro dipendente e ai compensi del lavoro esecutivo.In attuazione dell’articolo 36, primo comma, della Costituzione, deve essere garantita l’equità retributiva anche a questi lavoratori e lavoratrici.

Il mutamento delle condizioni di lavoro e di mercato all’interno del lavoro autonomo individuale ha visto peggiorare fortemente le condizioni di reddito e, di conseguenza, le condizioni sociali e professionali di gran parte di questo mondo. Come si evince dai dati dell’Istat, elaborati dall’Osservatorio dei Lavori - Ass. 20 maggio, in Italia siamo in presenza di oltre 3.266.000 lavoratori autonomi nel 2013 (esclusi i collaboratori a progetto), in gran parte professionisti, con attività individuale senza impresa e senza dipendenti né collaboratori.

Il codice civile li definisce prestatori d’opera individuale e intellettuale ma è più corretto definirli partite iva individuali. La gran parte delle ricerche disponibili (Istat, Isfol Plus, e Ires) dimostrano che, contrariamente al lavoro parasubordinato, tra le partite partite iva individuali il livello d’abuso è al di sotto del 10%.

Tra i professionisti con attività individuale è molto più preoccupante il fenomeno di coloro che hanno visto abbassarsi enormemente i compensi e allo stesso tempo continuano ad essere privi delle più elementari forme di regolazione e di tutela all’interno di un mercato che non restringe autonomia e competenza ma reddito e protezione sociale.

Proviamo a ricostruire il quadro generale dei compensi andando ad indagare alcune delle diverse situazioni in cui è suddiviso il lavoro delle partite iva individuali e del lavoro atipico.
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Ultimo aggiornamento Domenica 22 Giugno 2014 14:13
 
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