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Partito Democratico- Conferenza nazionale per il lavoro –Genova-17/18 giugno2011
“la dispersione scolastica e formativa e il mercato del lavoro”
a cura dell Gruppo Formazione/Lavoro – Dipartimento Lavoro e Economia – PD nazionale
1-Le evidenze
Il processo di scolarizzazione, che ha interessato il Paese in modo più sostenuto a partire dalla metà degli anni novanta, oltre ad accrescere la partecipazione alle attività del sistema educativo da parte delle fasce più giovani della popolazione, ne ha determinato il miglioramento dei livelli di istruzione. Tuttavia, a fronte degli innegabili progressi registrati, si è ancora lontani dal risolvere il problema del basso livello di istruzione della popolazione nel suo insieme e, purtroppo, anche di quote non marginali di quella più giovane.
Si pensi, ad esempio, che ancora nel 2009 la percentuale di italiani 25-64enni in possesso almeno del titolo di scuola secondaria di secondo grado o titoli equivalenti al livello Isced 3 era pari al 54,3% contro il 72,1% rilevato in media nei 27 Paesi dell’Unione europea. Anche tra la popolazione più giovane non mancano elementi di criticità: nell’anno scolastico 2008/09 la percentuale di maturi in rapporto alla teorica leva demografica di riferimento non superava il 73%, confermando una flessione già registrata l’anno precedente.
Altre considerazioni le impone il fenomeno dei cosiddetti Early school leavers (Esl), ovvero quella parte di giovani in età compresa tra 18 e 24 anni usciti dal sistema educativo con bassi livelli di istruzione che non risultano inseriti in alcun percorso di istruzione o di formazione; nel 2009 si è calcolato che questi fossero oltre 840.000, un ammontare pari al 19,2% della popolazione di età corrispondente. Come noto, i maschi hanno percorsi scolastici ed educativi tendenzialmente più accidentati rispetto alle coetanee femmine e, infatti, il 57,6% degli Esl erano di sesso maschile; tale dato saliva al 61,9% nel Nord Est.
Quasi 400.000 giovani 18-24enni con bassi livelli di istruzione risultavano occupati, con una percentuale pari al 45,7% sul totale degli Esl; anche in questo caso le differenze territoriali sono assai marcate: nel Nord Est gli occupati erano il 65%, nel Nord Ovest il 56,9%, nel Centro il 55,6%, nelle Isole il 32,9% e, infine, nel Sud il 31,9%.
Pur se inseriti nel mondo del lavoro, questi giovani sono nella gran parte dei casi esposti alle mutevolezze del mercato, perché il basso livello di istruzione li rende potenzialmente deboli e marginali nei confronti di un ambiente che invece sempre di più richiede la verifica e la manutenzione delle proprie competenze.
Oltre che scarsamente istruiti risultavano essere inattivi (quindi non occupati e neanche in cerca di un’occupazione) oltre trecentomila giovani 18-24enni, ovvero il 38,2% degli Esl, con punte al 53,4% al Sud ed al 48,9% nelle Isole.
Dunque, ancora una volta, nel Mezzogiorno si concentrano le maggiori criticità, con il più alto tasso di giovani poco istruiti che già si percepiscono tagliati fuori dal mondo del lavoro e lontani dall’esercizio di una cittadinanza attiva: ben il 67,1% degli Esl inattivi risiede nelle Regioni meridionali.
Quello dell’allontanamento di parte della popolazione giovane dai percorsi educativi e formativi ed, al tempo stesso, dal mercato del lavoro è un fenomeno che preoccupa non poco le istanze politiche a livello comunitario e nazionale, al punto che è ormai attivo un filone di analisi su quelli che vengono definiti i Neet, Not in education, employment and training, con riferimento alla popolazione compresa tra i 15 ed i 29 anni di età.
Nel 2009, a livello medio europeo (Ue 27) la percentuale di giovani che non studiano, non sono in formazione e non lavorano era pari al 14,7% della popolazione 15-29enne; tra i Paesi in cui il fenomeno risulta maggiormente diffuso è compresa anche l’Italia, con un dato che in tale anno si posizionava al 20,6%. In Gran Bretagna ed in Francia la percentuale era al 14,4%, al 10,9% in Germania.
Nel nostro Paese, dunque, più di due milioni di giovani 15-29enni (2.043.615) nel 2009 erano al di fuori di qualsiasi contesto di vita attiva e tra questi, il 43,3% erano maschi ed il 56,7% femmine.
A livello di ripartizione territoriale, il 57,7% dei Neet risiedeva nelle Regioni del Mezzogiorno (Sud ed Isole)
Molto preoccupante per l’Italia è il dato relativo alla fascia di età relativa ai soli 15-17enni, ovvero quella dell’età in cui si è usualmente soggetti all’età di scolarità obbligatoria: a fronte di una media nei Paesi Ue27 al 3,2%, in Italia il dato si è posizionato al 6,2%, il che sta a significare che oltre centomila ragazzi minori nel 2009 erano al di fuori di un percorso di studio, formativo o non stavano usufruendo di un contratto di apprendistato. Un fenomeno di questo tipo cela molteplici possibili spiegazioni e, tra queste, non si può affatto escludere la possibilità che una percentuale di giovanissimi stia lavorando priva di qualsiasi forma di tutela, ingrossando le fila dei lavoratori irregolari.
I giovani al di fuori di qualsiasi percorso di istruzione e formazione e dal mondo del lavoro nel 54,4% dei casi hanno un’età compresa fra 15 e 24 anni, mentre il restante 45,6% è in una fascia di età che va dai 25 ai 29 anni.
Ripartendo i giovani Neet per titolo di studio, si osserva che il 42,3% è in possesso della sola Licenza di scuola media, il 43% ha conseguito un Diploma di scuola secondaria di secondo grado, un ulteriore 10% un titolo universitario.
In particolare, si osservi che tra i Neet che hanno conseguito una specializzazione post-laurea, il 76,5% è rappresentato da donne.
Per quanto riguarda l’atteggiamento dei Neet nei confronti del mondo del lavoro, oltre due terzi di questi (67%) è rappresentato da inattivi, mentre il restante 33% si era dichiarato in cerca di occupazione.
Nelle Regioni del Sud, gli inattivi rappresentano il 72,6% dei Neet, mentre il 27,4% ha dichiarato di cercare un’occupazione; nelle Isole gli inattivi sono il 68,2% e quanti cercano lavoro il 31,8%.
La condizione di problematicità del Mezzogiorno (Sud e Isole) risulta ancora più evidente qualora si pensi che in quest’area del Paese risiede il 61,3% del totale degli inattivi tra i 15 ed i 29 anni.
Approfondendo maggiormente le caratteristiche degli inattivi, si osserva che il 45% di questi oltre a non cercare lavoro si dichiara anche indisponibile a lavorare (tra le donne la percentuale arriva al 53%).
Il motivo più ricorrente di inattività è rappresentato da motivi familiari (in genere la cura di qualche congiunto o affine), che si applica al 26,9% dei Neet; tra le donne, però tale percentuale sale al 39%.
Quanti sono in attesa di iniziare un lavoro sono il 19,8%, ma tra le donne la percentuale scende al 14,5% a fronte del 28,4% degli uomini.
Quanti invece sono inattivi perché sono scoraggiati dalla difficoltà di trovare il primo lavoro o di trovarne uno nuovo dopo la perdita del precedente sono il 21,9%, ma a scoraggiarsi maggiormente sono i maschi, con il 26,2% a fronte del 19,3% delle femmine. Nel Mezzogiorno, complessivamente, la sfiducia come motivo di inattività è dichiarata dal 30% dei Neet e tra quanti sono scoraggiati, il 61% ha conseguito al massimo la licenza media.
I tre valori sopra richiamati, ovvero quelli relativi a circa il 5% di giovani 14-17enni dispersi, il 19,2% di 18-24enni fuori dai percorsi educativi e formativi, nonché la quota di 20-24enni privi un titolo o di qualifica del secondo ciclo.
2-Le politiche
Un ampio dibattito istituzionale ed una pluralità di provvedimenti normativi, susseguitisi nell’ultimo decennio, hanno avuto l’obiettivo di arginare la dispersione e supportare il conseguimento del successo formativo. L’offerta dei percorsi triennali di Istruzione e formazione (Iefp ), programmata dalle Regioni e rivolta ai giovani tra i 14 ed i 17 anni di età, quale opportunità per l’assolvimento dell’obbligo d’istruzione e del diritto-dovere all’istruzione e formazione, rappresenta una delle politiche messe in atto a livello territoriale e nazionale.
Avviati con l’Accordo Stato- Regioni del 2003, che regolamentava la sperimentazione sulla base di linee guida condivise, i percorsi di Iefp sono oggi ordinamentali e parte integrante del secondo ciclo dell’istruzione.
Tale configurazione dell’offerta, ha avuto l’esito di favorire l’accesso ad una formazione breve professionalizzante ed agevolare l’inserimento occupazionale.
Le evidenze tratte da monitoraggi sistematici e da indagini mirate mostrano, infatti, da un lato l’esistenza di una domanda dei giovani e delle famiglie verso percorsi di qualifica orientati ad un inserimento professionale a breve termine, dall’altro la necessità del sistema formativo di dotarsi di un’ offerta diversa da quella scolastica, come pure di garantire ai giovani l’acquisizione di un set di competenze chiave per la cittadinanza in esito al biennio di istruzione obbligatoria svolto nel sistema di Iefp.
Emerge tuttavia, ancora oggi, come la messa in atto di un insieme di misure ed azioni di livello nazionale e territoriale sia indispensabile per correggere la traiettoria finora seguita.
E’ forse il momento di costruire un importante percorso di “sostenibilità” dei sistemi di istruzione e formazione che non possono, oggi meno che in passato, fronteggiare i nuovi paradigmi sottesi all’apprendimento contando su forze esclusivamente endogene ai sistemi stessi.
Il fallimento della istruzione e della formazione appare, dunque, evidente di fronte alla quota di giovani inattivi perché delusi e scoraggiati, laddove anche fasce di giovani formati appaiono poco proattivi e motivati anche verso la ricerca di opportunità di lavoro.
La pur indispensabile attività istituzionale di rinnovamento delle architetture di sistema e delle normative collegate alle riforme, le innovazioni dell’offerta, perdono di significato se non si rapporta tutto ciò al risultato atteso in termini di esito educativo, formativo ed occupazionale.
La dispersione è un tema complesso, caratterizzato da una tale molteplicità di aspetti il cui controllo non può che essere agito da una pluralità di istanze, forze e strutture istituzionali e sociali.
Le migliori esperienze ci insegnano che il lavoro di contrasto alla dispersione non può che essere un forte lavoro di coordinamento di apporti diversi.
La formazione professionale regionale deve connotarsi, rispetto a quella scolastica per la centralità dell’apprendimento in contesti operativi e per il collegamento stretto con il mondo del lavoro,garantendo insieme l’acquisizione da parte dei giovani di un set di competenze chiave per la cittadinanza in esito al biennio di istruzione obbligatoria. Per sviluppare e qualificare il settore occorre comunque superare, sulla base dei LEP nazionali, le disomogeneità territoriali. La valorizzazione dei sistemi regionali è tanto più urgente se si tiene conto degli effetti di scoraggiamento al proseguimento degli studi nei percorsi dell’istruzione professionale di stato di quella quota di studenti interessati a conseguire , in un ciclo solo triennale, competenze e titoli spendibili a breve nel mercato del lavoro, non più possibile con l’ordinamento degli Istituti Professionali quinquennali .Per tale valorizzazione, occorre garantire l’adeguato finanziamento delle esperienze del sistema formativo regionale, così come di quelle del sistema scolastico, in modo da assicurare stabilità alla programmazione dell’offerta, aumentando le risorse previste per l’obbligo di istruzione, per rispondere ad una domanda crescente di qualifica professionale da parte di quei giovani che hanno interesse a trovare più velocemente un’occupazione.
Occorre inoltre fornire ai sistemi educativi e formativi , risorse finanziarie adeguate e mirate, ad esempio, al potenziamento delle dotazione tecnologiche; come pure occorre supportare il sistema educativo e formativo di risorse umane aggiornate e sostenute da processi di formazione in servizio, di operatori qualificati, nella convinzione che l’investimento in educazione e formazione rappresenti un intervento di politica economica, se si considerano i gravi costi della marginalità sociale e lavorativa delle giovani generazioni, in particolare nei paesi caratterizzati da forte calo demografico. Sostenere le reti, dunque, ed i raccordi tra i mondi degli apprendimenti, compreso il sistema produttivo, ed i servizi territoriali (anagrafi, strutture ed organismi dedicati all’orientamento, strutture dedicate alla valutazione/certificazione degli apprendimenti) appaiono misure di rilievo cui dedicare attenzione.
Rafforzare i sistemi di monitoraggio e di valutazione non solo dei risultati ma anche dei bisogni, della domanda delle persone e del sistema lavoro, sembrano ancora oggi elementi essenziali per individuare politiche formative e del lavoro efficaci, anche in un’ottica di responsabilità sociale.
Da ultimo ma di non scarso rilievo- se davvero il Paese intende misurarsi con le esigenze collegate allo sviluppo e all’innovazione- occorre rivolgere attenzione a favore del potenziamento di tutta la filiera tecnico-professionale, dalla prima qualificazione afferente al secondo ciclo dell’istruzione, all’alta formazione tecnica, anche della filiera non accademica, che appare ad oggi un vero punto debole del sistema formativo italiano.
Risulta evidente come l’investimento in ambito formativo non accompagnato da azioni di welfare equo e sostenibile finisce con il rappresentare un” investimento a perdere”e riconsegnare al sistema di istruzione e formazione responsabilità di insuccessi non del tutto imputabili ad esso.
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