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Partito Democratico – Conferenza nazionale per il Lavoro- Genova_17/18 giugno 2011
“L’apprendimento permanente per la democrazia, la partecipazione, l’occupazione, la cittadinanza”
A cura del Gruppo Formazione/Lavoro – Dipartimento Lavoro ed Economia –PD nazionale
1-L’apprendimento permanente per sostenere la crescita e l’inclusione sociale
Secondo recenti dati ISTAT la partecipazione annuale alle attività formative per classe di età 25-64 anni in Italia e è di circa 2.000.000 persone, pari al 6,2% della popolazione di riferimento. Questo dato pone l’Italia, rispetto all’apprendimento permanente, al 17° posto nella graduatoria dell’Unione Europea a 27.
E’ pertanto necessario e urgente potenziare qualitativamente e quantitativamente gli ambiti dell’educazione e della formazione in età adulta, affrontando la questione del lavoro, la questione del rischio alfabetico e della bassa scolarità, la questione della cittadinanza e della crescita culturale.
La prima operazione da promuovere riguarda l’integrazione delle diverse offerte formative : con riferimento al lavoro, il sistema di formazione professionale e della formazione continua (con il ruolo centrale delle parti sociali); per il rischio alfabetico e la bassa scolarità, la scuola con i Centri Territoriali Permanenti (CTP) e i corsi serali negli Istituti Superiori; per la cittadinanza e la cultura, le iniziative del terzo settore, le Università Popolari e della Terza Età, in parte finanziate da Regioni ed enti locali.
Nonostante si insista a affermare, con molta enfasi retorica, la specificità dell’educazione degli adulti, la centralità dell’analisi sociale, l’importanza dell’articolazione territoriale, la necessita di modalità e strumenti particolari, diversi da quelli adottati nell'educazione dei giovani, i dispositivi organizzativi e regolativi che dovrebbero attuare connessioni e intrecci tra sistemi,strutture, modelli differenti, mostrano forti segni di debolezza.
L’assenza di una efficace “regia” pubblica – a livello nazionale e nei livelli locali – di fatto affida l’incontro tra domanda e offerta alle “regole” del mercato.
Inoltre, in molte delle tipologie di offerta, sembra prevalere lo stesso target, composto per lo più da persone con livelli di istruzione medio-alti, mentre declina l’attenzione ai pubblici più difficili: quelli che comportano la predisposizione di azioni più complesse, la collaborazione sul territorio tra diversi soggetti, l’adozione di linguaggi comunicativi e di strumenti didattici più sofisticati. L’offerta stessa, in questi casi, non può presentarsi , sotto la forma di “cataloghi”, apprezzabili solo da parte dei soggetti più forti,ma deve essere supportata da servizi e professionalità di “mediazione” e di orientamento, da vera e propria “azione sociale”, da “comunità di apprendimento”, così come da accurate analisi dei fabbisogni.
Il sostegno legislativo alla realizzazione delle diverse politiche è comunque indispensabile: appare perciò di particolare importanza- nell'ottica condivisa del riconoscimento del diritto individuale all'apprendimento durante tutto il ciclo di vita - la ripresentazione del provvedimento predisposto dal precedente governo nel 2007, concordato tra Ministeri competenti, Regioni e parti sociali, i cui aspetti caratterizzanti riguardavano la validazione e la certificazione delle competenze comunque e dovunque acquisite ,la previsione dai permessi formativi per i lavoratori ,l’istituzione di un sistema territoriale di Orientamento,.la riforma e il potenziamento dei percorsi per l’educazione degli adulti.
2-La formazione continua per affrontare la crisi secondo il modello sociale europeo
Il modello sociale europeo richiede, per essere efficacemente rilanciato, un ripensamento delle politiche industriali integrate con le politiche dei saperi.
I saperi e le competenze sono infatti da considerare come gli elementi principali dell’identità del lavoro.
La crisi economica e sociale e le difficoltà della ripresa che si presenta senza effetti significativi sul mercato del lavoro, rendono sempre più urgente una strategia fondata sugli investimenti in formazione e ricerca. Per uscire dalla congiuntura sfavorevole e ritornare a crescere, è perciò necessaria una programmazione delle risorse che punti a rafforzare la qualità della produzione e del lavoro attraverso la ricerca ,la creatività,la cultura l’educazione, la formazione. Per raggiungere tali obiettivi è indispensabile l'acquisizione continua di maggiori e migliori conoscenze e competenze da parte dei lavoratori , nella costruzione di un nuovo modello economico e sociale stabile, duraturo, equo, capace di essere competitivo e innovativo valorizzando il lavoro.
In controtendenza con questi assi strategici si sta muovendo la politica governativa volta a tagliare in maniera massiccia gli investimenti nei sistemi di istruzione e formazione, che sono stati, in questi anni, fortemente ridimensionati nel nostro paese.
In particolare, il sistema italiano di formazione rivolto all’aggiornamento ,la riconversione, lo sviluppo della professionalità dei lavoratori ,seguita a evidenziare persistenti criticità, rese manifeste sia dalla ancora scarsa propensione delle imprese ad investire in tale ambito, sia dalla esclusione di fasce rilevanti di lavoratori, in particolare quelle più deboli (precari, donne, lavoratori più anziani e basse qualifiche) dalle opportunità formative finanziate con risorse pubbliche e/o private.
La propensione alla formazione continua delle imprese è strettamente dipendente dall’investimento in innovazione tecnologica, organizzativa e in ricerca e dai livelli di competizione con cui le imprese devono confrontarsi. In sostanza le imprese tendono ad investire maggiormente in formazione se vi sono spinte dalla necessità di competere e di garantire l’attuazione delle strategie di innovazione.
Lo sviluppo di nuove tecnologie, la creazione di mercati del lavoro sempre più globalizzati e transnazionali contribuiscono a creare una situazione in cui, in mancanza di politiche attive del lavoro e strategie di formazione e ricollocazione personalizzate, si corre il rischio non solo di perdere posti di lavoro nelle aziende in crisi, ma di bruciare posizioni occupazionali anche in aziende sane, in particolare nell’ambito del terziario, dei servizi, del sistema finanziario, e per figure anche di medio- alto livello quali impiegati e quadri.
E’ necessario inoltre tenere presente le diverse esigenze di chi si inserisce nel mercato del lavoro e di chi punta invece ad un investimento sulle proprie competenze sia all’interno dell’azienda sia per migliorare le proprie condizioni di “occupabilità”.
Vanno anche tenuti in considerazione i progetti europei per il supporto ad aziende e lavoratori che investono sulla mobilità transnazionale, la formazione a distanza ed il ruolo del telelavoro, per comprendere infine anche tutti i settori dell’alta formazione.
In tale scenario, l’utilizzo dei Fondi interprofessionali nell’ambito di politiche attive del lavoro, accompagnato dai necessari accordi istituzionali, diventa un obiettivo prioritario e strategico dell’azione per la qualificazione dell’occupazione , integrando le risorse disponibili sul piano nazionale ed europeo, specificatamente finalizzate all’adattabilità dei lavoratori delle imprese,in particolare in crisi, attraverso iniziative mirate di “ manutenzione”e rafforzamento delle competenze.
Conseguentemente, occorre avere il coraggio di prevedere una revisione della missione dei Fondi che consenta di gestire la complessità della domanda e dell’offerta formativa ,riconsiderando in prospettiva, anche il ruolo degli enti paritetici e sussidiari nel collegamento tra formazione professionale e continua.
In un contesto in cui la flessibilità è troppo spesso identificata solo con la libertà di licenziare (flessibilità esterna), costruire nuove tutele significa soprattutto promuovere una flessibilità positiva per i lavoratori, un loro rafforzamento nel mercato del lavoro ed un riequilibrio tra merito, opportunità, lotta alle disuguaglianze.
E’ necessario perciò che istituzioni e parti sociali si pongano alla guida di un recupero di soggettività nel lavoro e promuovano un uso più massiccio, regolato e consapevole dei nuovi diritti e degli strumenti che possono supportarli.
Lanciare un’ azione efficace per la formazione continua significa declinare coerentemente le seguenti priorità:
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incentivare le imprese a puntare sulle produzioni a più alto contenuto tecnologico e a sostenere l’innovazione, anche attraverso azioni formative strettamente connesse allo sviluppo di poli tecnologici e coerenti con scenari di politiche industriali stimolate da provvedimenti nazionali, sull’onda dell’importante esperienza del Progetto Industria 2015 dell’ex ministro Bersani;
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aumentare le risorse utilizzabili per la formazione. Lo 0,30% dovrebbe essere integrato da ulteriori quote da raggiungere attraverso la contrattazione, prevedendo per le micro, le piccole e le grandi imprese, sia livelli diversi di partecipazione finanziaria, sia una differenziazione delle modalità e degli strumenti adottati . L’ammontare del contributo potrebbe essere definito negli accordi contrattuali, in modo da favorire la costruzione, accanto ai Fondi interconfederali, di Fondi di settore, che potrebbero praticare politiche formative più coerenti con le professionalità di contesto, con un’ auspicabile aggregazione di alcuni settori, su cui le parti sociali si stanno orientando anche a livello contrattuale;
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coordinare gli interventi tra le Regioni e i Fondi interprofessionali in modo da superare logiche contrapposte;
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estendere gli interventi ai lavoratori, a partire dagli apprendisti e dagli atipici, differenziando naturalmente il peso dei contributi delle imprese;
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incentivare interventi congiunti tra Regioni e Parti sociali, che riprendano lo spirito dell’Accordo del 2007, siglato tra Coordinamento delle Regioni, Ministero del Lavoro e Parti Sociali, finalizzato all’individuazione di sinergie virtuose tra soggetti, programmi e risorse per aumentare e qualificare l’azione complessiva. La collaborazione può essere sviluppata nel quadro di un efficace sistema di governance, che a sua volta richiede la presenza di Fondi dotati di una capacità finanziaria e di una flessibilità operativa adeguata ai compiti loro attribuiti. Questa presenza può essere garantita soltanto attraverso la definizione di criteri più stringenti per la nascita di nuovi Fondi che ne evitino l’ingiustificata proliferazione e modalità che incentivino l’accorpamento di alcuni dei Fondi già esistenti;
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ripensare il concetto di impresa formativa, elaborando una definizione non ideologica che consenta di stabilire quali siano i contesti realmente formativi, a quali bisogni di formazione l’impresa possa rispondere adeguatamente e a quali condizioni essa possa svolgere un ruolo formativo utilizzando i finanziamenti pubblici;
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promuovere interventi di sensibilizzazione rivolti agli imprenditori e servizi di informazione e di assistenza per aiutare le aziende a realizzare attività formative per i propri addetti. A questi interventi dovrebbe essere associata un’azione diretta a semplificare le procedure per l’accesso delle aziende alle opportunità formative;
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favorire iniziative che sviluppino la motivazione alla formazione e all’aggiornamento continuo dei lavoratori e, in particolare, dei precari, degli over 45, delle donne e dei lavoratori meno qualificati. A questo scopo si potrebbe intervenire offrendo servizi efficaci di informazione e di orientamento e soprattutto creando nei luoghi di lavoro condizioni organizzative e di sviluppo delle carriere che incentivino la partecipazione dei lavoratori ad attività formative.
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sostenere lo sviluppo e la diffusione sull’intero territorio di servizi di orientamento, che forniscano a tutti gli interessati, con particolare riferimento alle fasce più deboli, informazioni utili sulle opportunità formative e di lavoro e un bilancio di competenze individuale che consenta a ciascuno di riconoscere le proprie possibilità. Per questo è fondamentale un rafforzamento dei servizi pubblici per l’impiego, sia sul versante dell’attività di bilancio di competenze per gli utenti, sia nelle attività di raccordo con la domanda di lavoro;
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stimolare le parti sociali a rilanciare la contrattazione sui temi della formazione dei lavoratori, ad es introducendo nei Contratti un monte ore specificamente dedicato alla formazione continua, elementi di flessibilizzazione dell’orario di lavoro per permettere ai lavoratori ,in particolare alle donne, di partecipare ad attività formative, modalità di organizzazione del lavoro che consentano ai lavoratori, non soltanto di assumere maggiore responsabilità e autonomia, ma anche di sviluppare nel lavoro le proprie competenze e conoscenze; il rinnovo dei sistemi di classificazione del personale, inserendo le competenze dei lavoratori, sviluppate anche attraverso la partecipazione ad attività formative, tra gli aspetti di cui tenere conto nella valutazione sugli avanzamenti di carriera;
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definire un assetto nazionale per il riconoscimento delle competenze acquisite dai lavoratori nel corso della loro esperienza di lavoro. Tale impianto consentirebbe di collegare meglio i contenuti delle attività formative all’evoluzione delle professionalità dei lavoratori e favorirebbe un intervento più forte della contrattazione nei diversi settori, che potrebbe collegare lo sviluppo di carriera e di retribuzione anche alla partecipazione documentata di percorsi formativi finalizzati al conseguimento di competenze certificate.
Gli obiettivi indicati rappresentano le priorità di una manovra straordinaria per la formazione, da condividere tra Governo, Regioni e Parti Sociali, che dia il senso culturale e politico del ruolo fondamentale della formazione e dell’educazione degli adulti nell’”attrezzare”il Paese in vista dell’auspicata fase di uscita dalla crisi, nella convinzione che l’innalzamento delle competenze dei cittadini e dei lavoratori costituisce la leva decisiva per tenere il passo con le sfide della crescita, della qualità e della competitività globale.
Partito Democratico- Conferenza nazionale per il Lavoro – Genova – 17/18 giugno 2011
“La riforma dell’apprendistato”
A cura del Gruppo Formazione/Lavoro – Dipartimento Lavoro e Economia – PD nazionale
1-I tentativi
L’apprendistato, quale canale privilegiato per la formazione e l’inserimento nel mercato del lavoro dei giovani, è in fase di riforma da molti anni. Istituito nel 1955 per promuovere l’occupazione giovanile ,solo con la legge del 1997 assume una forma moderna attraverso l’introduzione dell’ obbligo per i giovani di frequentare corsi di formazione esterni all’azienda ,differenziati in quanto a durata-120/240 ore- e secondo l’età- più o meno di 18 anni . Una seconda legge nel 2003 ,introduce alcune modifiche e altre innovazioni, ,definendo tre tipologie di contratto, accrescendo il ruolo della negoziazione delle parti sociali sugli aspetti formativi, aumentando la flessibilità attraverso la possibilità di erogare la formazione all’interno dell’impresa. I risultati rimangono tuttavia al di sotto delle aspettative .
Le cause di questo parziale insuccesso, sono molteplici,tra cui :
- l’asimmetria e la confusione delle competenze tra Stato,Regioni, Parti Sociali
- le regole non uniformi determinate dalla diversità tra le discipline regionali quando esistenti , i dispositivi contrattuali, le leggi statali
- l’inesistenza di un’offerta formativa pubblica adeguata
- l’insufficienza delle risorse disponibili dedicate,( 100 milioni di euro l’anno stanziati dallo Stato, pari al 20% del fabbisogno)
- l’equivoca interpretazione data ,in concreto, al contratto, considerato generalmente dalle imprese uno strumento per abbassare il costo del lavoro( in relazione ai livelli agevolati di retribuzione, di contribuzione ,di fiscalità) e ottenere maggiore flessibilità( al termine del periodo formativo ,il contratto a causa mista si estingue, anche se può essere consensualmente trasformato e stabilizzato)
- la conseguente inosservanza dell’obbligo di impartire la formazione nelle forme previste, ricorrendo al semplice training on the job,
- la “cannibalizzazione” da parte di altre forme contrattuali, maggiormente vantaggiose per le imprese, anche se più atipiche, introdotte nell’ordinamento,
- la scarsa vigilanza sulla corretta applicazione dell’istituto,
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Nonostante tali difficoltà e in considerazione del fatto che le buone pratiche europee (Germania, Austria, Regno Unito ,Francia ) dimostrano, in modo convincente, che anche nei periodi di crisi l’apprendistato è da considerare una delle migliori misure di politica attiva del lavoro, la riforma è rimasta un obiettivo prioritario e urgente, nel vuoto di qualsiasi altra manovra a favore dei giovani. Il programma per l’occupazione ,specie al Sud, il reddito di base, il salario d’ingresso, un nuovo regime per i ricongiungimenti contributivi, il riequilibrio del costo del lavoro non standard, il contratto unico,l’azione contro la precarietà ,un welfare con servizi e prestazioni dedicati,sono infatti iniziative proposte dall’opposizione,discusse e sovente adottate a livello europeo ma che non hanno appeal per i decisori del nostro paese.
Accendere i riflettori sulle nuove generazioni è ormai un operazione che non può essere rimandata,come è evidenziato dallo scenario economico e sociale , con sintomi di ripresa lenti che non producono effetti significativi sul mercato del lavoro e con il peggioramento continuo della situazione e della condizione giovanile- maschile e soprattutto femminile: il livello di disoccupazione è tra i più alti d’Europa (28,9%), con il triste primato dei NEET (2 milioni di giovani che non studiano e non lavorano, pari al 20% popolazione giovanile tra i 15 e i 29 anni); la sottoccupazione, la precarietà e la discontinuità sono le condizioni usuali ,sempre più diffuse di lavoro, con effetti devastanti nel lungo periodo anche sulla copertura assistenziale e previdenziale mentre, paradossalmente, un numero rilevante di posizioni lavorative risulta scoperto, per la mancanza di profili professionali adeguati.(mismatch tra domanda e offerta di lavoro)
2-La proposta governativa
Il Governo ,con il recente Testo Unico sulla materia, che abroga tutta la normativa preesistente, ha dichiarato di voler intervenire per stimolare l’impiego dei giovani.
Potevano così diventare terreno di confronto e di dialogo costruttivo -per la configurazione di un modello italiano di apprendistato ,considerando le esperienze positive dei maggiori Paesi europei- soluzioni nuove volte a:
qualificare il lavoro; offrire stabilità invece che precarietà; sostituire l’ uniformità di regole alla frammentarietà, difformità e molteplicità di dispositivi , procedure, strumenti; riconfermare il valore di un apprendimento non autoreferenziale ma collegato direttamente all’esperienza di lavoro; tentare, sia di recuperare la dispersione scolastica in crescita, sia di promuovere l’alta formazione per l’acquisizione di diplomi e lauree
Siamo invece di fronte a un provvedimento con un impianto contraddittorio e con un chiaro intento demagogico, su cui è in corso il confronto con le Regioni e le Parti sociali in attuazione della delega sulla materia,per arrivare al necessario Accordo su molti aspetti di fondamentale importanza.
Con l’intento della “semplificazione”, infatti,:
- si cambia la natura del contratto, ridefinito “a tempo indeterminato”, eliminando il fine formativo, e tentando così di accreditarne la stabilità, contraddetta dalla conferma del diritto di recesso al termine del periodo di apprendimento
- per l’apprendistato professionalizzante,tipologia che rappresenta attualmente la generalità dei contratti, si formalizza l’“abbandono di campo” da parte delle istituzioni a favore ,da un lato, dell’impresa nella realizzazione della parte formativa, quando si sa bene che per la maggioranza delle posizioni disponibili ,specie nel terziario, non occorre quasi formazione o comunque non per 6 anni) e dall’altro, alla contrattazione fino al livello aziendale per la definizione delle condizioni formative e di lavoro, con il rischio di sostituire alle 21 regolamentazioni regionali una pletora di discipline contrattuali assolutamente ingovernabile .Le Regioni sono chiamate, però ,a concorrere con i propri fondi al finanziamento delle esperienze
-si lasciano all’interpretazione successiva e quindi al contenzioso, una serie di aspetti fondamentali della cui regolamentazione si perdono le tracce( ad es. a proposito delle caratteristiche dell’impresa formatrice, della durata della formazione formale e trasversale dopo il secondo anno di assunzione, degli incentivi);
- si delegano alle parti sociali funzioni che sono, per loro natura, pubbliche (definizione degli standard per la certificazione e validazione delle competenze e costruzione dei repertori delle qualifiche ) e di cui i soggetti pubblici devono rispondere anche a livello comunitario
-si prevede un obiettivo formativo (le competenze tecnico –professionali in funzione dei profili di inquadramento) che non riguarda la “formazione generale” finalizzata all’occupabilità richiamata dal Regolamento CE 800/2008, con il rischio dell’apertura di una procedura di infrazione da parte dell’UE nei confronti dell’Italia.
L’ operazione finisce col creare maggiore confusione perché si presenta come l’attesa misura di politica del lavoro a favore dei giovani (ma non solo, vedi estensione incredibile ai lavoratori in mobilità), contro la precarietà e la mancanza di competenze, che non risolve tuttavia le criticità emerse nell’esperienza di questi anni,anzi ne aggiunge di nuove e che è destinata ,senza sostanziali correttivi, a perpetuare la tradizione di un “apprendistato finto”.
3- L’obiettivo
Per contrastare tale disegno occorre riposizionare l’intervento, delineando finalmente un percorso educativo e di lavoro “normale” e decidendo senza equivoci di :
- destinare l’apprendistato nelle sue tre tipologie, esclusivamente ad una platea giovanile ,come avviene in tutta Europa, per aumentarne l’occupabilità in modo regolare, attraverso l’intreccio di studio/formazione/lavoro, volta a superare concretamente il disallineamento esistente tra figure professionali e qualifiche richieste dalle imprese
-individuare nella valorizzazione dell’istruzione e della formazione la chiave di volta del nuovo apprendistato, puntando seriamente a preparare meglio e di più i giovani alle necessità delle imprese e, in generale, della società della conoscenza .Con l’attuale situazione riferita allo stato di salute culturale della popolazione, si perdono i treni della ripresa e della competitività. Investire in formazione è investire nello sviluppo
-ripensare con tale approccio ,alla durata non solo massima ma anche minima del contratto
-considerare la quantità delle ore da destinare alla formazione formale o trasversale ,esterna o interna all’azienda, anche in funzione della differenziazione dei contratti e per tutta la loro durata
-stabilire limiti di età per la prima tipologia,rivolta al recupero dei minori, che potrebbe riguardare i 16/25 enni,
-prevedere un livello retributivo inferiore ma in base ad una percentuale prefissata e in aumento progressivo
-rivedere la questione degli incentivi, prevedendone la modularità in funzione delle tipologie di contratto e della loro durata, con la possibilità di aggiungere l’erogazione di indennità di frequenza per le ore in formazione da mettere a carico del FSE , specialmente con riferimento ai maggiori oneri che richiede, per essere applicato, il contratto di qualifica per i minori
La riforma andrebbe comunque rilanciata nell’ambito di una manovra più ampia- un Programma mirato-non pensando che il solo restyling della disciplina e lo spontaneismo della sua applicazione, senza una governance, possano dare i risultati attesi sul piano delle criticità del rapporto giovani/donne/occupazione.
Tale Programma dovrebbe:
-definire le dimensioni della manovra straordinaria (obiettivo numerico stimato dei giovani da assumere) per settore, modalità, tempi, localizzazioni, costi, interlocutori, strumenti tecnici di accompagnamento, tra cui quelli di rilevazione periodica dei posti disponibili , di monitoraggio e valutazione anche qualitativa dei risultati, con particolare riferimento all’apprendimento
--essere messo a carico delle risorse dei Fondi interprofessionali e di quelle del Fondo sociale ,nazionali (PON) e regionali(POR), tenendo presente che a tali risorse si aggiungono quelle corrispondenti al mancato gettito contributivo per l’INPS che, nel 2010 è stato pari a 2,3 miliardi di euro
Governo e Regioni ,con il Patto anticrisi , contribuiscono dal 2009 a salvaguardare i posti di lavoro, finanziando su tutto il territorio le politiche attive per gli adulti con i fondi comunitari ; sarebbe del tutto auspicabile che analoga o migliore attenzione venisse rivolta alle nuove generazioni ,le più colpite dalla congiuntura sfavorevole attraverso la disoccupazione, la sottoccupazione, il precariato, la discontinuità lavorativa, persino l’uscita dalle forze di lavoro, in assenza, sovente totale, di tutele legislative e contrattuali e di copertura previdenziale.
La concentrazione delle misure su pochi obiettivi tra cui i giovani, è tra l’altro uno dei driver della futura riforma dei Fondi strutturali .
E’ chiaro che una tale proposta deve trovare l’adesione delle Regioni, vero dominus della formazione in apprendistato anche dopo l’ultima sentenza della Corte Costituzionale (la n°176 del 2010) e titolari dei POR nonché delle Parti Sociali, che oltre ad avere un ruolo specifico sulla materia attraverso la contrattazione , si stanno autonomamente adoprando per estendere agli apprendisti l’impiego dei Fondi Interprofessionali.
Nell’ambito di tale Programma, potrebbe essere sperimentato un Regolamento Quadro Nazionale (o per singoli Settori), per convenire, tra tutte le Regioni, sulle procedure attuative e, senza intaccare la ripartizione delle competenze, dare un’interpretazione chiara e univoca alle norme, da applicare in modo uniforme su tutto il territorio, superando, sul piano operativo, la frantumazione esistente dei criteri e delle prassi amministrative e contrattuali, valorizzando modelli, azioni di sistema ,buone pratiche.
Potrebbero essere anche indicati, come terreni specifici d’intervento, quelli legati al risparmio energetico e all’economia verde, che non è un settore economico ma un modo di produrre-dove mancano molti profili professionali e la formazione esterna all’azienda è quasi inesistente -nonché l’artigianato, dove si lamenta la scomparsa di un numero elevato di professionalità necessarie alla ripresa e allo sviluppo del settore.
Si tratta anche, con riferimento alla diffusione della prima e terza tipologia, di stabilire collegamenti strutturati da un lato tra imprese e scuola, dall’altro tra imprese e Università , per il conseguimento dei titoli di studio e accademici (diplomi e lauree, non solo qualifiche e master,anche se il Ministero competente non si è mai occupato della questione,) introducendo in questi casi una decontribuzione di maggior favore per le imprese, specie nel Sud ma non solo, dove non esiste un offerta formativa regionale disponibile.
Driver della riforma
-differenziare le forme di apprendistato in ragione della quantità di formazione necessaria
-modulare gli incentivi e gli sgravi contributivi in relazione alla consistenza dell’attività formativa
-ripartire i costi su tutti i soggetti interessati
Messaggi
- l’apprendistato è e resta un contratto a causa mista, da sottoporre a manutenzione
- l’apprendistato non va bene sempre e non è per tutti: nell’ordinamento esistono soluzioni alternative
- l’apprendistato è un prodotto che si deve vendere sia ai lavoratori che alle imprese e va rivolto a platee effettivamente raggiungibili, combinando diversamente gli ingredienti(incentivi, quantità, modi, contenuti della formazione: una miscela sbagliata fa restare il prodotto sugli scaffali, lasciando inevasa la domanda)
- l’apprendistato ha bisogno soprattutto di procedure , di strumenti, di modellistiche comuni e di una nuova cultura nell’impresa e nelle parti sociali in materia di formazione ,sostenuta da azioni di sistema e di vigilanza
- l’apprendistato richiede un’ efficace programmazione dei posti disponibili nelle imprese , per mettere in condizioni Regioni e providers di organizzarsi al meglio, evitando soluzioni improvvisate
- l’apprendistato va adeguatamente finanziato e per questo devono fare massa critica tutte le risorse ,comunitarie, nazionali, regionali esistenti ,usandole bene e evitando seriamente gli abusi.
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