| INPS: UN PATTO ROVESCIATO |
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| Scritto da Stefano Barbarini |
UN PATTO ROVESCIATOUn commento sui dati presentati dall’INPS in occasione dell’assemblea annuale, svoltasi a Roma il 18 marzo 2009, con particolare riferimento alla gestione previdenziale separata dei lavoratori “precari”. A cura di: Stefano BarbariniSi è svolta a Roma, mercoledì 18 marzo 2009, l’assemblea annuale INPS, occasione in cui è stato presentato il rapporto annuale 2008 che ha messo in luce dati interessanti sulla situazione attuale della previdenza sociale italiana. A fronte della relazione del Presidente Mastrapasqua, che parla di una sostanziale “tenuta” del sistema pensionistico italiano, alcune informazioni fanno inevitabilmente riflettere sulla sostenibilità e sull’equità del sistema previdenziale pubblico.
Innanzitutto bisogna menzionare che, in ottobre 08, la Commissione Europea ha indicato come strategia comune per affrontare la crisi economica globale, al fine di impedire una sua trasformazione in crisi sociale, l’applicazione di “misure di sostegno all’occupazione e alla protezione sociale, nonché alla creazione di reti di supporto ai lavoratori, riservando una particolare attenzione alle fasce più deboli della popolazione”. E’ opportuno annoverare tra tali fasce deboli anche i lavoratori precari, ovvero quei lavoratori, spesso legati ad un unico committente, titolari di contratti a termine oppure costretti ad aprire partita Iva, entrando così formalmente nella categoria dei liberi professionisti. Per soddisfare le suddette direttive è necessario lavorare soprattutto sulle pari opportunità (non solo di genere, razza e religione, ma anche con riferimento alle diverse tipologie contrattuali), sull’inclusione sociale e sul legame tra mercato del lavoro e riforma dei sistemi pensionistici. L’Italia si posiziona nella media europea per quanto riguarda la spesa per la protezione sociale (in rapporto al PIL), mostrando quindi una sensibilità in materia simile a quella della Finlandia e del Regno Unito, mentre svetta al primo posto assoluto tra i 27 Paesi dell’Unione Europea per la spesa pensionistica, con una percentuale che, di anno in anno, ha raggiunto quasi il 15% del PIL, come si evince dalla tabella di seguito riportata. Pur essendo l’invecchiamento della popolazione un problema concreto e tangibile, è altrettanto vero che è un fenomeno che accomuna tutti i Paesi UE, non giustificando tale disparità di spesa pensionistica. Il dato mette invece a risalto l’inefficienza e l’insostenibilità della gestione previdenziale italiana degli ultimi decenni. Tuttavia, i risultati economici sembrano attualmente in miglioramento, grazie ad una gestione più oculata delle risorse interne e all’aumento complessivo degli iscritti alle gestioni pensionistiche, che ormai superano i 19 milioni di unità, con un incremento netto di 230mila soggetti nello scorso anno. L’allargamento della platea dei nuovi contribuenti sembra quindi rivestire un ruolo fondamentale nel processo di “salvataggio” del sistema previdenziale italiano. Su questo aspetto bisogna però evidenziare due dati importanti: - i nuovi iscritti sono composti in parte crescente da lavoratori stranieri regolarizzati che versano contributi previdenziali nel nostro Paese (quasi 2 milioni di soggetti nel 2008); - tra le diverse gestioni pensionistiche (dipendenti, autonomi e gestione separata) quella che ha registrato l’incremento più corposo è stata proprio la gestione separata (+4,5% nel 2008), che comprende i lavoratori coordinati e continuativi, i professionisti (che non siano iscritti ad altri fondi pensionistici di categoria, come per i notai, avvocati, commercialisti, ecc.) ed i venditori porta a porta; in sostanza una buona fetta del mondo del precariato. Con riferimento a quest’ultimo gruppo, va rilevato che il loro ruolo nel panorama previdenziale italiano è costantemente aumentato negli ultimi anni, arrivando quasi ad eguagliare per numero di iscritti quello degli artigiani e degli esercenti attività commerciali. Il grafico sotto riportato parla infatti di circa 1,9 milioni di soggetti iscritti alla gestione separata nel 2008, pari al 9,75% del totale dei contribuenti. Ma non solo. Tra questa tipologia di lavoratori si registrano più di 10 iscritti per ogni pensione erogata, rapporto che scende sensibilmente a 1,26 per i lavoratori dipendenti e 1,11 per i lavoratori autonomi. In altre parole, per ogni co.co.pro. o libero professionista che percepisce una pensione, ci sono almeno 10 utenti della stessa categoria che versano contributi previdenziali. La percentuale di ritenute previdenziali per questi soggetti, inoltre, è passata in pochi anni dal 18,5% al 24,72%, un aumento notevole soprattutto per chi dispone di un reddito medio-basso. Questo significa che il bacino dei lavoratori precari iscritti alla gestione separata INPS apporta un notevole flusso di entrate alle casse della previdenza pubblica, finanziando anche una parte degli ammortizzatori sociali e delle pensioni erogate ai lavoratori dipendenti. E’ chiaro che siamo di fronte ad un paradosso: la categoria di lavoratori “precari” iscritti alla gestione separata INPS, ossia quei lavoratori che, in quanto “svantaggiati” (per via dell’instabilità del posto di lavoro) dovrebbero essere maggiormente tutelati dalle recenti disposizioni UE, sono anche quelli che apportano il miglior margine finanziario in termini di contribuzione previdenziale, ma allo stesso tempo non sono ammessi a godere, se non in maniera assolutamente marginale, degli ammortizzatori sociali destinati alla fascia debole del mercato del lavoro. Esistono di fatto due distinte categorie di lavoratori, titolari di diversi diritti, ma non sempre di diversi doveri. D’altra parte lo stesso rapporto annuale dell’INPS ritiene che “in Europa coesistono vari sistemi di protezione sociale che è possibile aggregare in modelli relativi a Stati con caratteristiche, tradizioni sociali ed economia omogenee” i quali, in breve, si differenziano in: Paesi nordici, anglosassoni, Paesi dell’Europa continentale, dell’Europa dell’Est e dell’Europa meridionale. Quest’ultimi, tra cui appartiene l’Italia, sono caratterizzati da “elevate differenziazioni di tutele in relazione alla categoria di appartenenza” che comportano un’inevitabile “disparità di trattamento tra le persone inserite nel mercato del lavoro e quelle escluse”. Serve pertanto un’azione decisa del governo per cercare almeno di ridurre questa disparità di trattamento tra contribuenti, che sono ugual misura cittadini italiani e titolari di diritti, tra cui quello al lavoro. Si parla di un patto di solidarietà tra nuove generazioni ed anziani affinché quest’ultimi possano contribuire all’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Dal contesto appena analizzato il patto sembra già sussistere, ma in maniera capovolta: sono i giovani, assunti prevalentemente con contratti precari, a finanziare parte delle pensioni delle generazioni più anziane. E se questa provocazione inizia ad assumere una certa rilevanza ora, lo sarà sempre di più in futuro, visto che la quota di lavoratori precari o “non standard” sembra destinata inevitabilmente a crescere. |


